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Se Di Maio vuole giocare a rubabandiera – la Repubblica

30 maggio 2018

Io oggi appenderò una bandiera italiana fuori dalla mia finestra, affinché tutti la possano vedere: vi chiedo di fare altrettanto». Così Luigi Di Maio ha chiamato alla mobilitazione la galassia pentastellata in vista del 2 giugno, scegliendo il più simbolico dei simboli. Perché la bandiera è la storia di un popolo riassunta in un metro di stoffa.
In questo modo il leader dei 5 Stelle cerca di aggiudicarsi in esclusiva il dominio del simbolo, proprio come si fa con i domini in Internet. Chi arriva primo se lo prende. L’idea è astuta, ma l’esito è tutt’altro che scontato. Perché la bandiera di una nazione non è un logo aziendale, né un simbolo di partito. Come sapeva bene il presidente Carlo Azeglio Ciampi che volle fortemente la festa del 2 giugno e rilanciò la popolarità della bandiera liberandola dall’ingessatura nazionalista, per reimmetterla nella comunicazione pubblica del senso patrio. In questo, il presidente andava in tandem con Lucia Massarotto, la cittadina veneziana che nel 1997 cominciò a esporre il tricolore alla finestra della sua casa in Riva Sette Martiri, in polemica contro i leghisti che il 16 settembre celebravano proprio davanti a casa sua la festa dei popoli padani. Attirandosi gli improperi di Umberto Bossi, che le urlò di mettere quella bandiera «al cesso».
E adesso Di Maio ha deciso di giocare a rubabandiera. Trasformando un messaggio in un antimessaggio, in un referendum antipresidenziale. Che cerca di sfruttare la forza emotiva del tricolore facendola però andare a macchina indietro. Il che riconferma, paradossalmente, il richiamo profondo della bandiera. La cui efficacia comunicativa sta proprio nella sua capacità di esprimere in un linguaggio semplice, addirittura elementare come quello dei colori e delle immagini, una realtà complessa. Passioni ed emozioni, ricorrenze e appartenenze, avvenimenti e sentimenti, memorie e vittorie, unioni e divisioni.
Un segno ad altissima definizione, che si potrebbe definire la più antica forma di comunicazione a banda larga.
Perché arriva a tutti con la massima rapidità e con la massima efficacia.
Di fatto la bandiera è un’icona, cioè un’interfaccia tra ciascuno di noi e astrazioni come la patria, la Repubblica, la nazione. Più facili da sentire che da spiegare. Difficile da conoscere, ma facile da riconoscere.
Insomma, un messaggio silente ma eloquente, da sbandierare ai quattro venti. Lo dice la parola stessa che deriva dall’antica radice indoeuropea “bha”, che ha il senso di manifestare, mostrare, esibire. La stessa origine di vocaboli come bando, bandire.
E persino bandana, che non a caso è un pezzo di stoffa colorato. Nonché labaro, che era l’insegna degli imperatori romani, da cui discende l’intera famiglia dei gagliardetti, dei vessilli, dei gonfaloni, degli stendardi.
Ma anche delle banderuole, che girano come va il vento. E che spesso creano sconcerto, disorientamento, disunione.
È il rischio che corre la nostra bandiera che, caricata di messaggi troppo contraddittori, invece che identità esprime contrapposizione. Perché mai come in questi casi moltiplicare significa dividere.

Marino Niola
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