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I nostri figli e quel leggero mal di test – la Repubblica

18 giugno 2018

L’incubo maturità comincia da Edipo. È lui il primo esaminando della storia. Perché affronta trepidante l’interrogazione della sfinge, maturità comincia che non guarda in faccia a nessuno e fa strage dei candidati impreparati. Ma lui se la cava brillantemente. A partire da quel mitico test, nessuno studente riesce ad affrontare senza complessi la prova delle prove. Quella che misura la nostra attitudine a spendere nel mondo reale il capitale di conoscenze accumulato a scuola. E che da mercoledì impegnerà oltre cinquecentomila ragazzi. La cui unica preoccupazione, da che scuola è scuola, è quella di riuscire a scollinare l’ostacolo senza farne una tragedia.
In realtà l’esame più temuto, quello che anche da grandi sogniamo di dover rifare, non è una semplice verifica scolastica, ma un vero e proprio cimento generazionale. Solenne e collettivo. L’ultima cerimonia d’iniziazione alla vita adulta sopravvissuta in una società in via di deritualizzazione come la nostra. Che abolisce uno dopo l’altro tutti i riti di passaggio. Quelli che una volta scandivano come un timer le fasi della vita, segnando quei cambiamenti di status e di ruolo considerati così importanti da passarci sopra quel colpo di evidenziatore che si chiama rituale.
Si tratta di esperienze che trasformano gli individui. Nella mente ma anche nel corpo. Abiti, look, tagli di capelli, consegna delle chiavi di casa. In molte culture gli iniziandi venivano completamente dipinti di bianco, il più virtuale dei colori. Lo stesso che da noi usano le spose, le novizie, le debuttanti.
Ma anche coloro che sostenevano delle prove per ottenere un posto, una carica, un riconoscimento, anticamente si vestivano di tessuti candidi. Per questo ancora adesso quelli che sostengono l’esame si chiamano candidati.
Oggi, che i matrimoni sono in dismissione, i battesimi in declino, la comunione un optional, il servizio militare un ricordo e il debutto in società un reperto di archeologia sociale, non ci resta che la maturità.
Anche se sempre più esonerante, indulgente, sdrammatizzante. Una maturità liquida per la generazione talent. Ciò nonostante quest’esame continua a far paura. E per riuscire a venirne a capo i candidati non sanno letteralmente a che santo votarsi. Non a caso in questo periodo preghiere, fioretti e scaramanzie tornano di moda.
Insieme ai tradizionali protettori degli scolari a corto di preparazione. Il vero campione celeste del debito scolastico è San Giuseppe da Copertino, per l’anagrafe terrena Giuseppe Desa, un francescano salentino vissuto nel Seicento e passato alla storia per il suo avvilente deficit cognitivo. Venne soprannominato Frate Asino, e con questo ho detto tutto.Ma ci sono anche quelli che pregano Virgilio e Leopardi, santificati a furor di popolo dagli studenti di tutto il mondo che vanno in pellegrinaggio a Napoli. dove sono sepolti i due sommi. Tuttavia, non si parli di superstizioni. Piuttosto di integratori soprannaturali, che vanno in circolo con quelli alimentari e aiutano a lucidare le sinapsi, ad aumentare l’autostima. E a vincere l’ansia che, insieme ai ragazzi, colpisce anche i genitori, sempre più equi e solidali. Immedesimati al punto da invocare l’abolizione dell’esame di maturità. In realtà stress e panico, timore e cimento, ieri come oggi, sono il vero strumento della crescita.
In fondo quello di cui soffrono i nostri figli in questi giorni è solo un leggero mal di test.

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Marino Niola
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