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Viva viva Sant’Antonio globe trotter – la Repubblica

9 luglio 2018

Si quaeris miraculamors, calamitas, daemon, fugiunt… frate risuona come un mantra sotto le altissime . La voce del ogive della basilica di Sant’Antonio. «Se chiedi i miracoli la morte, l’errore, le disgrazie, il demonio e la malattia vengono messi in fuga; gli ammalati guariscono, il mare si calma, le manette si sbloccano. Giovani e vecchi pregano e ritrovano nuovamente le membra e tutto ciò che hanno perduto. I pericoli svaniscono, la miseria è scongiurata. Lo dicano i Padovani». È un’invocazione solenne al Santo di Padova, quasi uno spot, che la gente chiama semplicemente “sequero”, corruzione della formula latina si quaeris miracula, cioè se cerchi miracoli. In effetti da secoli chi ha bisogno di un miracolo si rivolge a lui, il giovane francescano con la faccia imberbe da seminarista e il giglio tra le mani. Passato alla storia come il taumaturgo per eccellenza, il più miracoloso degli uomini di Dio. Nato a Lisbona nel 1195, vive solo trentasei anni, ma il suo curriculum è così imponente che papa Gregorio IX ad un solo anno dalla morte, lo eleva alla gloria degli altari. Un’aureola guadagnata sul campo a forza di guarigioni, conversioni, resurrezioni e mille altre performance soprannaturali.
Alcune tipicamente francescane, come la celebre predica ai pesci. Luogo del fatto è una Rimini eretica, che boicotta il suo apostolato e gli fa trovare le chiese deserte. Al che il Santo non fa una piega e passa al piano B. Raggiunge il mare e chiama a sé dentici, branzini e pescatrici che affiorano a migliaia, ordinati secondo la specie e la grandezza come su una tribuna numerata, per ascoltare le sue parole ispirate. Ma non mancano prodezze più originali, come la conversione al Vangelo di una mula affamata che, tra lo stupore degli astanti, abbandona la greppia e si inginocchia davanti all’immagine del Santissimo.
Il bello è che, dopo la sua dipartita dal mondo, la produzione miracolistica antoniana non ha mai conosciuto flessioni. Perché, morto il santo, restano le sue reliquie. Che continuano a funzionare alla grande. Prima fra tutte la celebre lingua, che qualcosa di straordinario doveva avercelo, visto che nel 1263, a trentadue anni dalla sepoltura, viene trovata rosea e fresca come se Antonio avesse appena smesso di predicare. «Rubiconda et pulchra», vermiglia e bella, la definisce san Bonaventura da Bagnoregio, il Doctor Seraphicus della Scolastica medievale, veneratissimo maître à penser della Sorbona e a quel tempo Generale dei Francescani.
Adesso la lingua non ha più quell’aspetto sexy, perché durante l’ultima guerra ha subito un po’ di vicissitudini e ormai i suoi anni li dimostra tutti. Ciò nonostante vengono pellegrini da tutti i continenti per vedere con i propri occhi questa reliquia che nel suo genere è unica al mondo. I fedeli hanno da sempre attribuito questa inspiegabile incorruttibilità al fatto che il Signore ha voluto passare un colpo di evidenziatore sulle parole prodigiose che la lingua di quel fraticello aveva saputo pronunciare. Il suo valore simbolico attrae perfino un personaggio come Felice Maniero, capo della Mala del Brenta che il 10 ottobre 1991 ordina il furto della preziosa glottide per usarla come merce di scambio in una trattativa con lo Stato. Vuole, infatti, ottenere la revoca delle misure di sorveglianza a suo carico, nonché la scarcerazione del cugino Giulio. Se avesse funzionato sarebbe stata la surreale conferma del “sequero”, che attribuisce al santo il potere di aprire le porte delle prigioni.
Ma il diavolo ci mette la coda. E i suoi scagnozzi tornano con la reliquia sbagliata. «Quegli zucconi mi arrivarono con il mento – ha raccontato l’ineffabile Maniero vent’anni dopo i fatti al Messaggero di Sant’Antonio – Non gli dissi nulla. Dentro di me, però, feci questo pensiero: per prendere la reliquia sbagliata di sicuro devono aver ritenuto, come tutti noi, che la lingua fosse dentro la bocca». Insomma, quello che nel Nordest si chiama il classico colpo di mona. Che per fortuna si conclude con il ritrovamento dei prezioso resto grazie anche alla collaborazione ufficiosa dei Rom, devotissimi del Santo. E con le scuse di “Faccia d’angelo” per il dispiacere provocato ai fedeli dalla sua mala educación.
L’episodio ha liberamente ispirato, nel 2000, il bellissimo film di Carlo Mazzacurati La lingua del Santo, con Fabrizio Bentivoglio e Antonio Albanese nei panni, per l’appunto, di due mona, che rubano la lingua per chiedere il riscatto al Papa. E proprio di recente l’ex boss si è emendato e ha messo su una fabbrichetta di prodotti per la casa. Conversione o riconversione? Certo è che Sant’Antonio ha fatto l’ennesimo miracolo. Ecco perché in questo tempo di crisi galoppante, di insicurezza dilagante e di precarietà incalzante, la domanda di interventi dall’alto è in crescita esponenziale. Perfino al di là dei confini delle singole religioni. Tanto è vero che proprio grazie alla sua fama taumaturgica, sant’Antonio di Padova viene venerato e invocato anche da induisti, musulmani e buddisti. A tutta prima sembrerebbe un paradosso, ma per i devoti non esiste nessuna contraddizione. Se un santo ha il potere di far guarire gli ammalati, di aiutare a trovare lavoro o a ottenere permessi di soggiorno, non è il caso di stare troppo a sottilizzare. E per vedere in azione questo affidamento trasversale basta andare a Padova il primo maggio, quando migliaia di asiatici, soprattutto Cingalesi, accorrono per venerare l’illustre reliquia.
Fra loro ho visto danzatrici in corpetti luccicanti, pantaloni a sbuffo e con lunghi copriorecchie dorati da baiadere, volteggiare attorno all’altare maggiore spargendo petali di fiori. L’effetto era straniante e travolgente. C’erano degli induisti di Dacca che strofinavano i fazzoletti sulla teca che custodisce la santa lingua per spedirli in Bangladesh ai loro parenti ammalati. Gli ho chiesto cosa ci facessero lì. Mi hanno detto con grande praticità. «Siamo qui perché lui fa tanti miracoli. Anche a noi». E mentre mi attardavo a riorganizzare la difese della ragion pura, il più giovane di loro, mi ha trafitto in controbalzo. «Voi occidentali vi fate troppe domande. La fede è fede. E i miracoli sono miracoli. What else?». Fedele batte antropologo uno a zero.

Marino Niola
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