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Che noia il calcio assistito e monitorato – il Venerdì di Repubblica

13 Luglio 2018

Dopodomani sul terreno del Luzhniki Stadium di Mosca si giocherà la finale del Campionato del mondo di calcio 2018.
Che passerà alla storia come il primo mondiale del Var, il Video Assistant Referee. Cioè la moviola in campo che offre alle decisioni degli arbitri il supporto di un infallibile occhio tecnologico. Il direttore di gara ha la possibilità di rivedere in tempo reale le azioni sullo schermo. E di conseguenza le sviste arbitrali, i rigori inesistenti, i gol validi annullati, i falli da cartellino rosso passati in cavalleria, dovrebbero ridursi a zero o quasi. Così il football si converte alla religione della trasparenza e all’esigenza della tracciabilità totale. Ma è veramente così?
E soprattutto quest’uso massiccio della certificazione giova davvero all’appeal del gioco più bello del mondo?
La domanda va posta perché in questi mondiali slanci, entusiasmi, esplosioni di gioia, scatti di furore agonistico sono
stati puntualmente raffrenati e raffreddati dagli andirivieni arbitrali tra lo schermo e il rettangolo di gioco. Col risultato di trasformare il match in un continuo coitus interruptus. E l’esultanza in orgasmo differito. Adesso per saltare sugli spalti è necessario prima aspettare il responso del Var. È il prezzo della trasparenza e dell’esattezza.
Ma che noia questo calcio assistito, monitorato, medicalizzato, tutorato.
Con tanti saluti all’alea, al rischio all’imprevedibilità e perfino a quella quota di arbitrarietà, che sono l’essenza stessa, oltre che il fascino del gioco. Non a caso le parole arbitro e arbitrario hanno una stessa radice, in cui è data di default la possibilità dell’errore. Che è umano. Mentre il Var no.

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Marino Niola
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