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Il digitale è reale. I veri replicanti oggi siamo noi – il Venerdì di Repubblica

20 Luglio 2018

Per influenzare gli altri bisogna essere qualcuno. Anzi no. Tant’è vero che tra le dieci persone più influenti del pianeta connesso c’è una “non persona”. Un avatar di nome Lil Miquela, comparsa in una recentissima hit stilata da Time accanto a star che contano milioni di followers: 63 come la popstar Rihanna, dodici come i Bts, una band di culto coreana, otto nel caso di Naomi Watanabe, la stella giapponese dei social media.
Nella classifica compare anche il presidente Donald Trump. Molto più che un influencer. «Lil, conosciuta anche come Miquela Sousa, non è effettivamente reale.
È un avatar virtuale le cui origini e i cui scopi sono misteriosi», così Instagram definisce la creatura che si avvia a toccare il traguardo dei due milioni di seguaci.
Niente male per un essere che non è, per un’esistenza che è sola apparenza.
Ma è proprio così, come ci insegna da sempre la filosofia? Forse no, perché il web sta cambiando le categorie stesse della realtà. Per cui una persona digitale non ha bisogno di carne ed ossa per essere reale.
Lil Miquela vuol dirci proprio questo, quando si posta mentre pubblicizza un gelato.
O delle griffes di moda, come fa molto spesso. Non a caso è amatissimadal mondo del fashion che dello scarto tra essere e sembrare ha fatto il suo business.
Molti la scambiano per una ragazzina come tante, levigata, truccata, abbigliata e fotoshoppata con la stessa seriale ripetitività. E proprio qui sta il problema. In realtà Miquela è troppo comune per essere umana. E il suo essere una, nessuna e centomila rovescia la domanda al di qua dello schermo. E ci mostra quanto la realtà virtuale stia formattando i nostri corpi e le nostre menti, trasformandoci in replicanti ragionevoli. Insomma, il problema non è l’avatar in sé ma l’avatar in noi.

Avatar
Marino Niola
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