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Il turismo cannibale sta mangiando l’anima delle città – il Venerdì di Repubblica

27 Luglio 2018

Il turismo è l’industria che tira di più. Ma nessuno si aspettava che inquinasse così tanto. Perché, a parte l’impatto quotidiano sugli spazi pubblici, sui servizi, sulle fonti energetiche, sui beni comuni, c’è anche l’effetto cavallette. Secondo le stime del World Economic Forum, nel 2017 un miliardo e mezzo di persone ha fatto almenoun viaggio. E il dato cresce di 50 milioni all’anno. Non ci vuol molto per accorgersi che di questo passo gli 8.600 miliardi del business turistico, pari al 10 per cento del Pil mondiale, non basteranno a compensarne gli effetti devastanti. Non solo sul patrimonio artistico, ma su quello umano, come giustamente scrive Alice Oliveri su thevision.com. Perché questa cannibalizzazione svuota dall’interno la vita delle città, riduce i luoghi a location.
Risultato: a Trastevere ci sono più visitatori che abitanti. Non va meglio a Barcellona, che nell’ultimo anno ne ha ospitati 30 milioni, a fronte del suo milione e mezzo di cittadini. Ancora peggio sta Venezia, i cui 54 mila residenti sono soverchiati da una marea di 25 milioni di piranha paganti. Con una media di 60 mila al dì.
Così, quello che dieci anni fa era sembrato un antidoto contro la crisi della finanza, si sta rivelando un farmaco con troppi effetti collaterali. Che funestano il quotidiano degli autoctoni, trasformando le città in penose caricature di se stesse. Come i centurioni farlocchi al Colosseo o le falsegondole nei canali di Amsterdam. E adesso cominciano a dar fastidio anche ai viaggiatori, perché le orde aviotrasportate oscurano strade piazze e monumenti rendendoli, di fatto, invisibili. Tutti invocano il turismo sostenibile, ma nessuno per ora ha capito come incentivarlo. Servono idee nuove e lungimiranti, prima che delle nostre città d’arte rimanga solo lo scheletro.

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Marino Niola
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