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Cosa ci racconta quel “Mio Dio!” urlato a Genova – il Venerdì di Repubblica

25 Agosto 2018

Acqua che non si aspetta, altro che benedetta, acqua che porta male… acqua che spacca il monte, che affonda terra e ponte”. Le parole di Dolcenera, la bellissima canzone di Fabrizio De André, alludono all’alluvione che nel 1970 mise in ginocchio Genova, facendo 35 morti.
E adesso risuonano come un presagio del tragico crollo del Ponte Morandi. Perché i poeti sono sempre degli oracoli involontari e la loro tensione ha la sincerità della commozione. Il loro dolore è pieno di pudore.
Quel pudore che in questi giorni è mancato all’informazione, che ha trasformato la cronaca della catastrofe del Polcevera in uno scialo dell’emozione. In una paraculissima svendita di effetti sentimentali. Il riserbo dignitoso degli sfollati, la sofferenza silenziosa dei parenti delle vittime, sono stati sommersi da un’alluvione di esternazioni melensamente retoriche, sguaiatamente patetiche, indecentemente isteriche. A cominciare da quel “mio dio”, innocente e spontaneo, letteralmente cannibalizzato dai media, che lo hanno mandato e rimandato in onda ininterrottamente, come un refrain ossessivo. Con il risultato di trasformare dei servizi giornalistici in fiction lacrimose.
E se la televisione ha aperto il rubinetto delle lacrime d’occasione, siti e blog non sono stati da meno. In molti casi nemmeno la carta stampata si è tirata indietro.
Questo tipo di racconto in presa diretta, furbescamente empatico, anziché restituirci la realtà, sta facendo delle news il diretto succedaneo della narrativa scadente che inonda le librerie. Tutta pathos e pensierini da Baci Perugina, per catturare facili consensi. Purtroppo questa informazione populista, tanta emozione e poca ragione, è lo specchio di un Paese sull’orlo di una crisi di nervi.

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Marino Niola
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