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Restare se stessi sembrando un altro – la Repubblica

24 Settembre 2018

Addormentarsi con un volto da quarantanovenne e svegliarsi con quello di una ventunenne. Il trapianto di faccia che si è svolto al Sant’Andrea di Roma non è una semplice operazione, sia pure ai confini della chirurgia, ma un riavvio alla vita e, in un certo senso, la sostituzione di una persona ad un’altra.
Perché il volto è lo specchio dell’anima. E avere due volti significa avere due anime, due esistenze in una. Come la donna che visse due volte di Hitchcock.
È il primo intervento di questo tipo nel nostro Paese. Anche se il primo in assoluto fu quello cui si sottopose in Francia Isabelle Dinoire che nel maggio del 2005 prese le sembianze di Maryline St. Aubert, una donna suicida. E adesso grazie alla generosità e all’altruismo di due genitori che hanno acconsentito al prelievo del viso della loro figlia, anche da noi una donna tornerà a vivere con un altro, quello della sfortunata ventunenne.
Adesso, per questa persona che non è più sola con se stessa, comincia una prova nuova e difficile, forse addirittura più difficile di quelle che ha dovuto superare finora. Come il dolore di avere un volto che non accettava, in cui non voleva specchiarsi. Adesso, infatti, per quanto possa sembrare paradossale, deve imparare a convivere con la faccia dell’altra che è in lei. Non si tratta di una questione di pura e semplice apparenza, bensì di qualcosa di molto più profondo. Che ha a che fare con l’identità stessa. È in tutti i sensi una nuova vita quella che attende la paziente trapiantata.
Come recitano i dizionari, l’identità è quel qualcosa per cui un individuo è tale e non è altro.
Avere una faccia nuova significa invece diventare, almeno in parte, un altro individuo. Perché il viso è l’anima del corpo, contiene i nostri segni particolari, quelli che ci rendono riconoscibili a noi stessi e agli altri. Non a caso l’etimologia di tutte le parole che indicano la faccia, come viso, volto, figura, aspetto, ha a che fare con l’atto del vedere e dell’essere visti. Se è vero che la nostra faccia è il verbale di tutti i segni lasciati su di noi dall’esistenza, gioie, dolori, rancori, emozioni, delusioni, sentimenti e risentimenti, cambiare faccia è come abrogare un verbale e aprirne uno nuovo.
Ci vuole tempo prima che le persone trovino la loro faccia, diceva lo scrittore Joseph Roth. È questa la prova che attende la trapiantata cui è toccato in sorte di venire al mondo una seconda volta e di riprendere a vivere con altre sembianze. Adesso dovrà imparare a rispecchiarsi nel volto della donatrice, a riconoscere se stessa in quelle sembianze appartenute a un’altra.
Una vicenda emblematica del nostro tempo, dove le soglie della vita vengono rimesse in discussione dalle nuove frontiere della medicina. Che ci aiutano a vivere, ma al tempo stesso ci costringono a ripensare la natura umana, i confini del corpo. E soprattutto gli orizzonti dell’essere.

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Marino Niola
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