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Così nacque la gag degli spaghetti di Totò – la Repubblica

4 Ottobre 2018

Alla Sanità, dove Napoli è due volte Napoli, c’è una statua di Totò con un ciuffo di spaghetti in mano. Proprio come in Miseria e nobiltà , dove il principe della risata si riempie di vermicelli la bocca e anche le tasche, in previsione della fame futura. «Quella scena è la chiave di lettura della filosofia di Totò», dice Elena Anticoli de Curtis, nipote del grande comico, mentre ricorda, divertita e commossa, odori e sapori che hanno sempre condito l’esistenza di suo nonno. Al quale dedica un bel libro, scritto a quattro mani con Loretta Cavaricci, intitolato A Napoli con Totò. Dalla Sanità alla luna, edito da Giulio Perrone.
«Quei profumi me li porto sempre appresso. Nonna Nannina, la madre di Totò, era una donna morbida e burrosa, la classica mamma napoletana di una volta. Cominciava a cucinare alle 7 del mattino e verso le 11 si faceva la supponta, uno spuntino a base di spaghetti all’aglio e olio. Quando lui partiva in tournée, le lasciava mia madre, Liliana, e al ritorno la trovava cresciuta almeno di una taglia».

Totò amava molto mangiare?
«Adorava il buon cibo, ma detestava abbuffarsi. Gli piacevano i capolavori della cucina partenopea, come la parmigiana di melanzane e il ragù, che doveva cuocere per molte ore come vuole la tradizione».

Qual era il suo piatto preferito?
«Pasta e fagioli, che per i vesuviani è un totem».

È vero che mangiar male lo metteva di cattivo umore?
«Assolutamente sì. Pensi che una volta dovette fermarsi a Barcellona a lungo, per girare Totò d’Arabia. All’inizio lui e la nonna stavano in albergo. Ma dopo un po’ non ne poté più della cucina catalana e affittò un appartamento per potersi fare da mangiare».
Sapeva cucinare?
«Solo l’essenziale. Ma in realtà era più un gourmet che un cuoco».

La maggior parte della sua vita l’ha trascorsa a Roma. Gli piaceva la cucina capitolina?
«Altroché se gli piaceva! quando gli veniva voglia di una grande carbonara o di un’amatriciana seria, chiamava in soccorso Aldo Fabrizi — erano grandi amici — che arrivava col suo corpaccione e si metteva ai fornelli. Era abbondante in tutto e molto generoso, non solo a tavola. Le sue porzioni pantagrueliche mettevano allegria a tutti».

A proposito di generosità, quella di Totò era proverbiale. A Napoli ancora si racconta che infilava le banconote da diecimila lire sotto le soglie delle porte di chi ne aveva bisogno.
«Non ha mai dimenticato la sua origine. E la nostalgia lo prendeva improvvisa».

Quello è il richiamo della sirena Partenope che immancabilmente colpisce tutti i suoi figli.
«Svegliava l’autista in piena notte e si faceva portare a Napoli.
Col favore delle tenebre poteva godersi indisturbato la città. Per lui il respiro del mare era vitale, passeggiava per Mergellina fino all’alba».

E dove andava a mangiare?
«Spesso alla Bersagliera, uno dei ristoranti storici del Borgo Marinari, sotto il Castel dell’Ovo, dove conservano ancora le sue foto. Gli piaceva osservare l’attività frenetica dei pescatori e il contrasto con la maestosità immobile del Vesuvio».

Altre tappe gastronomiche?
«Aveva un’autentica passione per la pizza. Andava da Michele a Forcella, che allora come adesso è uno dei templi di
quest’arte».

Qual era la sua preferita?
«Rigorosamente marinara. Quella senza mozzarella, ma profumatissima di aglio e origano».

D’altra parte, per le persone nate prima della guerra la pizza per antonomasia è sempre stata quella. Le altre sono venute dopo.
«Totò amava la tavola, ma per lui anche la sobrietà era una misura di stile».

Eppure aveva conosciuto la fame…
«Quella nera! A tale proposito raccontava sempre un aneddoto divertente. Nei primi anni di carriera passava intere giornate a digiuno forzato. Una mattina era con Edoardo De Filippo, che non se la passava meglio, quando videro un piccione che svolazzava. Si guardarono negli occhi e senza dirsi una parola piombarono sul pennuto. La sera se lo cucinarono a puntino».

I viaggi a Napoli erano l’occasione per rifornirsi di golosità?
«Soprattutto di mozzarella. Ne andava matto e allora a Roma non si trovava facilmente. Sa, quella buona, con la goccia».

Proprio come in “Miseria e nobiltà”, “se ha la goccia la prendi, se no desisti!”.
Tornando a questo film, lei dice che la scena degli spaghetti è la chiave della filosofia di Totò. In che senso?
«Nel senso che nasce dal suo vissuto più intimo, dal ricordo della fame patita, che lui trasfigura e rende universale. Quando prende gli spaghetti con le mani e si mette a ballare la tarantella, trasforma Felice Sciosciammocca e i suoi affamati coinquilini, in una metafora della condizione umana quando è “in ballo”. Era talmente preso dall’improvvisazione che, insieme ai vermicelli, si ficcò in tasca anche il fornelletto, che era stato messo nella zuppiera per simulare il fumo della pasta».

Prese fuoco il cappotto. E allora?
«Buona la prima».

Qual è la battuta di suo nonno che lei ama di più?
«È la somma che fa il totale».

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Marino Niola
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