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La civiltà digitale ha rottamato proverbi e frasi fatte – il Venerdì di Repubblica

5 ottobre 2018

I proverbi sono delle fake news ripetute nel tempo. Nella società della connessione permanente, la saggezza dei popoli non gode di buona stampa. A dirlo è una ricerca del Laboratorio di antropologia sociale dell’Università di Napoli Suor Orsola Benincasa, che ha testato un campione di studenti universitari tra i diciotto e i ventun anni per verificare il loro grado di fiducia nell’attendibilità di massime e adagi. Dai primi risultati emerge chiaramente il declino di tutte quelle forme di sapienza e di saccenza che, sin dall’antichità, hanno orientato intere generazioni. Aristotele cominciò addirittura a raccogliere queste sentenze sentenziose, perché temeva che scomparissero. Ma in realtà quel millenario catalogo di frasi fatte e di buon senso ad assetto variabile ha galleggiato fino a noi sulle onde della storia. Invece, nella società liquida dove le opinioni si viralizzano e si sviralizzano alla velocità della luce, è difficile prendere come oro colato certi motti tarati su abitudini e vite lente, ripetitive, prevedibili.
Come diceva il grande scrittore francese Alfred de Musset, è la routine a fare della vita stessa un proverbio. Al contrario, nel nostro mondo multitasking, fatto di improvvisazione, cambiamento, novità, nessun detto è per sempre. È chiaro che un aforisma come “ogni bel gioco dura poco” non può esser preso sul serio in una civiltà ludocratica come la nostra. Senza dire di proverbiali minchiate come “donna al volante pericolo costante”, smentite dalle statistiche. O di “mogli e buoi dei paesi tuoi”, buone solo per Amish sovranisti. E coi cambiamenti climatici in atto perfino il meteo ha smesso di essere una fabbrica di frasi fatte. Soprattutto da quando i tifoni hanno mandato in pensione le stagioni.

Marino Niola
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