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La grande metafora dell’umanità – la Repubblica

13 ottobre 2018

Dalla foresta di Sherwood alla foresta di Piegaro, gli alberi continuano a parlarci di noi.
E chi sa ascoltarli, diceva lo scrittore tedesco Herman Hesse, conosce la verità della vita. Aveva perfettamente ragione, perché l’albero è la grande metafora della vicenda umana. Che in effetti comincia proprio da quando Adamo ed Eva colgono il frutto dell’albero della conoscenza. E nell’immaginario di tutti i tempi e di tutti i popoli, questa colonna vivente ha sempre avuto un postocentrale. Come un pilastro del mondo, un asse cosmico che unisce terra e cielo. E assicura la continuità delle generazioni che nascono e crescono come rami, foglie e frutti. Ecco perché le divinità degli antichi hanno sempre simbologie vegetali. Giovee la quercia, Atena e l’ulivo, Venere e il mirto, Plutone e il cipresso, Osiride e il salice. Come se la natura fosse una dea con mille braccia, tutte a forma d’albero.
È per questo che Budda riceve l’illuminazione sotto un Ficus sacro e le sue statue sono spesso incastonate tra le radici. E se religioni e mitologie si diramano e si intrecciano come una sola filigrana arborea, l’arte, la letteratura, la musica e i cartoonsnon sono certo da meno. Dagli alberi sanguinanti che nell’Inferno di Dante rappresentano coloro che fecero male a se stessi e che oggi possiamo leggere come una parabola ecologica del pianeta suicida. Agli Ent, i tronchi sapienti e parlanti del Signore degli anelli.
Nonché alla supersaggia Nonna Salice di Pocahontas. Dai mistici arboscelli di Giotto al gelso di Van Gogh circonfuso di una luce magica. Fino all’albero della vita di Gustav Klimt scintillante come una promessa d’amore. Capace di trasformare il cielo in una stanza che non ha più pareti ma alberi, alberi infiniti. Che adesso parlano in 4.0 e sussurrano messaggi in open source.

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Marino Niola
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