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Per fare Napoli ci vuole un pino (a Posillipo) – la Repubblica

27 ottobre 2018

Per fare il legno ci vuole l’albero, per fare l’albero ci vuole il seme, cantava Sergio Endrigo. Per fare Napoli ci vuole il pino. E per disfarla basta abbatterlo. Ed è proprio quello che sta accadendo ai gloriosi alberi di Posillipo che da un secolo e mezzo riquadrano il panorama più famoso del mondo. Al punto da essere diventati delle icone visive.
Proprio come la curva sinuosa del golfo. O come il profilo a dromedario del Vesuvio. O la sagoma da coccodrillo addormentato di Capri.
Lo scrittore danese Hans Christian Andersen paragonava a un pino finanche il pennacchio fumante del vulcano. E perfino il cantautore simbolo di Napoli si chiama Pino. È vero che il suo cognome è Daniele, ma per i vesuviani di tutto il mondo il “nero a metà” è semplicemente Pino.
Insomma: quello che il National Geographic definì «l’albero più celebre del pianeta» non è una semplice pianta, ma un simbolo identitario. Più che essere un elemento della natura è un monumento della natura. E in fondo da un secolo e mezzo è stato una presenza fissa di tutte le rappresentazioni della città.
Dalle gouaches alle incisioni, dalle foto alle canzoni, dalle cartoline al cinema, dal video al selfie. Insomma, non c’è immagine di Partenope che non sia dominata dal pino. Per i napoletani è sempre stato un a priori dello sguardo, una presenza familiare, un ingrediente estetico ed affettivo del paesaggio.
Gli innamorati lo hanno eletto da sempre ad albero totemico. Un integratore erotico ed estetico in grado di potenziare la passione con il suo irresistibile plusvalore romantico. Un po’ come le panchine del Vert Galant a Parigi, proteso come una prua nella Senna, dove Robert Doisneau ha immortalato i baci rubati più celebri di sempre.
E gli sposi hanno fatto di questi ombrelli mormoranti l’immancabile sfondo di ogni album fotografico. Perpetuando, anche senza saperlo, un’antichissima religione naturale che vedeva negli alberi dei simboli di fertilità, di crescita, di contatto con il cielo.
Con l’avvento dell’era del selfie, la riproducibilità infinita dell’immagine ha trasformato la celebrità in “laikità”, il colore locale in colore virale. E per riuscire a inquadrare la folta chioma di questi giganti verdi, senza perdere, però, il Vesuvio e il mare, il popolo dell’autoscatto ha fatto miracoli di prospettiva aumentata. E spesso ha rischiato l’investimento stradale.
Per gli stranieri, invece, la maestosa conifera mossa dalle brezze costituisce la conferma rassicurante che Napoli è sempre Napoli. E che la città del sole non è diversa da come se l’erano immaginata. Tanto che ai tassisti chiedono sempre di essere portati al cospetto del grande totem. E loro trovano sempre il modo di non abbattere il sogno dei viaggiatori.
Ecco perché tagliare i pini ammalati non è una semplice questione di tecnica botanica. Ma una questione di ethos e pathos. Abbatterli è abbattere un pezzo d’immaginario. È come se improvvisamente Napoli perdesse una parte di sé e della sua anima. E il golfo diventasse improvvisamente meno parlante.
In fondo i pini sono il canto delle città mediterranee. E come diceva lo scrittore Romano Battaglia, risvegliano i cuori assopiti degli abitanti, li fanno sognare un sogno che ha lo stesso suono del vento di mare.
E se proprio non c’è nessuna soluzione alternativa all’abbattimento, i pini vanno ripiantati senza se e senza ma.
Diversamente Napoli non perderebbe solo la veduta, ma la visione. Cioè quel modo di guardarsi, quella convenzione dello sguardo e del cuore che da più di un secolo le consente di riconoscersi e di essere riconosciuta.

Marino Niola
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