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Quando il cibo racconta le strane disuguaglianze del nostro pianeta – la Repubblica

28 Novembre 2018

Dimmi cosa mangi e ti dirò il tuo destino. È il messaggio lanciato da «Daily bread», pane quotidiano, il progetto del fotografo statunitense Gregg Segal, vincitore del Food Media Award 2018, messo in palio dal Barilla Center for Food & Nutrition insieme alla Thomson Reuters Foundation. Una straordinaria serie di scatti che ci fanno intravedere il futuro del pianeta attraverso i corpi dei bambini.

   

L’autore ha chiesto a ragazzi di tutto il mondo di tenere un diario di quel che mangiano in una settimana e poi li ha ritratti, distesi a terra, con il cibo disposto intorno a loro come un cosmorama colorato. Tranci di pizza, hot dog, tacos, pasta, patatine, riso, pesce, humus, lenticchie, pomodori, pane, costolette, bacon, pollo, formaggi, frutta, cus cus, caramelle.

Le immagini di questa babele alimentare rivelano le contraddizioni e i paradossi della globalizzazione meglio di qualsiasi report scientifico. Perché ci mostrano gli effetti delle politiche e delle economie sui corpi e sulla salute delle donne e degli uomini di domani.

Amelia e Altaf, Anchal e Jessica, Alexandra e Bradley, Hank e Abdomennou, Mierra e Tharkish hanno letteralmente il domani scritto nel piatto. Con l’esattezza sorprendente di un responso d’oracolo. Che capovolge certezze e luoghi comuni sulla fame e sull’abbondanza. E fa affiorare la nuova mappa degli arcipelaghi alimentari. Con i bambini dei paesi poveri che paradossalmente mangiano meglio di quelli dei paesi ricchi. Il che ci impone di riscrivere i criteri del buono e del cattivo, coniugando il sapore e la sostenibilità, il gusto e il giusto.

Quello squilibrio che le foto di Segal ci fanno leggere sui corpi dei ragazzi è in realtà lo squilibrio che sta alterando il corpo del mondo che ci attende. Dove l’abbondanza di cibo mal distribuita fa ormai più vittime della scarsità.

Perché per ogni persona denutrita ce ne sono due obese. E a fronte di un sovrappeso che opprime i corpi e appesantisce le anime, c’è lo spreco, altrettanto insostenibile, di quei milletrecento miliardi di tonnellate di cibo che ogni anno finiscono nella pattumiera. Quattro volte più di quel che servirebbe per dar da mangiare agli affamati. Che restano comunque 815 milioni.

Sono drammi umani, questioni politiche e contraddizioni sociali difficili da tenere insieme in una sola narrazione. Ma che l’obiettivo è in grado di catturare simultaneamente, di restituirne quella sintesi visiva che, per dirla con Henri Cartier- Bresson, mette sulla stessa linea di mira la mente, l’occhio e il cuore. E quando le foto sono veramente buone, come queste di Segal, riescono a farci vedere i problemi del mondo dal punto di vista di questi ragazzi, a inquadrarli nel grandangolo dove le loro vite incrociano le nostre domande di cittadini responsabili. Perché il doppio mento di Iisha, sedicenne di colore che vive in California, la triste rotondità di Greta la biondina di Amburgo, l’oversize di Iman, adolescente malaysiano colpito da improvvisa abbondanza, revocano in questione tutte le nostre convinzioni in materia di etica e dietetica. Le mandano addirittura in frantumi a forza di paradossi. Come quello di Anchal, la deliziosa ragazzina di Mumbai vestita di fucsia e nutrita a lenticchie, focaccia e gombo, che ha una dieta più sana rispetto ai suoi coetanei più agiati. Che possono spendere 13 dollari per una pizza di Domino’s, l’equivalente di tre giorni di salario del padre di Anchal. Come dire che le nuove strategie delle multinazionali del junk food stanno invertendo l’algoritmo del benessere, che faceva coincidere in maniera quasi automatica reddito e salute. Invece oggi quell’automatismo non funziona più, perché si sta delineando un nuova geografia della sostenibilità, fondata sull’equilibrio e sulla misura, sugli stili di vita e sulla cultura più che sul consumo illimitato di risorse. Dove le tradizioni, che hanno dalla loro il passo lungo della storia, si prendono la rivincita sulle spinte del mercato. Che riducono il cibo a commodity, senza far differenza tra alimentazione sana e junk food. Non a caso i bambini che stanno meglio, come dice Gregg Segal, hanno alle spalle una storia sociale e individuale dove si cucina in casa e si mangia in famiglia.

Insomma queste foto sono molto più provocatorie di quanto non appaiano al primo sguardo. E ci chiamano a ripensare insieme l’organizzazione del lavoro e quella della vita familiare. Facendo dell’antico focolare lo strumento di una nuova rivoluzione.

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Marino Niola
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