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Il fascino antico di leggere il cibo – RFood

13 Dicembre 2018

Un libro di cucina è un racconto a lieto fine. Forse perché è un modo per mettere nero su bianco la satisfaction, per trasformare la gioia della tavola in letteratura e restituire la storia alimentare alla Storia con la esse maiuscola. Non solo ricette dunque. Scrivere il cibo è molto di più. Significa passare dall’oralità alla scrittura, dalle tradizioni familiari alla memoria collettiva, dalla cottura alla cultura. Superando le approssimazioni del passaparola, le esitazioni del ricordo, le imprecisioni della conoscenza empirica.

Il food editing ha sempre avuto un grande successo, proprio perché trasforma un fatto quotidiano come l’alimentazione in una costruzione epica e lirica, civile e identitaria. È un modo di raccontarci e raccontarsi dal punto di vista del sapore. E il sapore, lo dice la parola stessa, è una forma particolare del sapere, che fa dei sensi e del gusto i drive di un’intelligenza più sapida. E più sapiente. Anche per questo, dall’invenzione della stampa fino al boom gastronomico di oggi, i testi sull’arte cucinaria sono sempre stati stravenduti. E a comprarli non erano solo cuochi e massaie. Basti pensare che tra i pochi volumi che costituivano la biblioteca di Leonardo da Vinci, c’era il De honesta voluptate di Bartolomeo Platina che nel 1474 inaugura l’era del cookbook. Facendo dei fornelli un tema letterario, scientifico, filosofico.

Insomma dalla Fisiologia del gusto di Anthelme Brillat-Savarin alla Scienza in cucina di Pellegrino Artusi, dal Dizionario di gastronomia di Alexandre Dumas, a Spaghetti dinner di Giuseppe Prezzolini, dalla Cucina futurista di Filippo Tommaso Marinetti ai capolavori di Luigi Veronelli e alla poesia del desco di Mario Soldati, è tutto un elenco di successi editoriali. Perché questi tomi, agili o ponderosi, tascabili o voluminosi, sono i veri tutorial della felicità.

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Marino Niola
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