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Il furbissimo polpo, le nuove ricerche e gli antichi greci – il Venerdì di Repubblica

14 Dicembre 2018

Sarà pure un invertebrato ma è davvero superdotato. Otto braccia, tre cuori e soprattutto un’intelligenza da paura. Il polpo è l’Einstein delle acque. A dirlo è uno studio uscito sulla rivista Trends in Ecology and Evolution, ripreso nei giorni scorsi dal New York Times.
Secondo il coordinatore della ricerca, l’italiano Carlo Amodio, questo tentacolare trasformista, capace di assumere le forme e i colori più diversi per ingannare prede e predatori, riesce addirittura a fare progetti per il futuro. Per esempio mettendo da parte gusci di noci di cocco da usare come nascondiglio. Secondo gli scienziati, il polpo avrebbe cominciato a spremersi le meningi da quando, 275 milioni di anni fa, avrebbe perso la conchiglia protettiva. Fatto che lo ha costretto a inventarsi stratagemmi per compensare il gap fisico. E questo, secondo i ricercatori, potrebbe aiutarci a capire che non esiste un solo tipo di intelligenza. È curioso che la scienza scopra una cosa che il mito sa da sempre. Al punto da fare proprio del polpo il simbolo di una forma particolare di scaltrezza. Che gli antichi greci chiamavano métis. Sostenendo che ogni persona di senno dovrebbe prendere a modello le abitudini di queste creature dalle mille risorse. Basti pensare che Ulisse, l’uomo più furbo di tutti i tempi, veniva paragonato proprio al testone più scaltro di tutti i mari. È l’ennesima dimostrazione di quanto sia insensato tenere separate le discipline scientifiche e quelle umanistiche, come invece fanno sempre più spesso la scuola e l’università.
Che si ostinano a pensare che la scienza serva e la storia, la letteratura, la filosofia siano un passatempo inutile. Forse dovremmo affidare a un polpo la riforma dell’istruzione. Ma perfino un calamaro farebbe meglio di così.

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Marino Niola
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