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C’era una volta Amazon a Venezia – la Repubblica

18 Dicembre 2018

Amazon l’hanno inventata i Veneziani.

Ma con cinquecento anni di anticipo sul colosso dell’e-commerce. E in entrambi i casi, il core business è stato il libro. La vera differenza è che l’impero librario della Serenissima nasce dalla rivoluzione della stampa, quello della multinazionale di Seattle dalla rivoluzione digitale.

Proprio al boom della tipografia e alle sue ricadute sociali è dedicata la bellissima mostra Printing R- Evolution 1450- 1500. I cinquant’anni che hanno cambiato l’Europa, al Museo Correr di Venezia fino al 7 gennaio. Un esercito di esperti guidati da Cristina Dondi, professore di Early European Book Heritage all’Università di Oxford, con la collaborazione del Consiglio Europeo delle Ricerche (ERC) e il Consorzio delle Biblioteche Europee (CERL),dopo aver analizzato una mole imponente di Big Data, ha svelato tutti i risvolti economici del primo mercato globale del libro. Che ha avuto il suo avvio travolgente sotto il segno del Leone di San Marco. Perché se è vero che ad inventare la stampa fu il tedesco Johann Gutenberg, con la prima Bibbia impressa a Magonza nel 1455, è altrettanto vero che fu la grande Repubblica marinara a trasformare la start up di Gutenberg in un affare planetario.

Alla fine del Quattrocento, infatti, fra Rialto e i Frari, tra Santa Maria Formosa e San Giovanni e Paolo, c’erano ben 200 stamperie, contro le cinquanta di Bologna, le venti di Firenze e le trenta di Roma, che inondavano il mondo di volumi.

Per di più stampati in tutte le lingue. I torchi veneziani gemevano in inglese, cirillico, francese, tedesco, arabo, greco e latino. Perciò i volumi arrivavano già tradotti ai committenti dei diversi paesi. Con un servizio on demand che oggi nessun colosso dell’editoria riesce ad assicurare. L’algoritmo vincente dei veneziani era la combinazione produzione-distribuzione.

Perché le linee commerciali della Repubblica consentivano un’evasione velocissima degli ordini, che viaggiavano assieme alle spezie, ai tessuti e alla miriade di prodotti di cui la Serenissima era il primo trader.

Era un sistema di consegne da fare invidia a Internet. E per abbattere i tempi, spesso i libri partivano semilavorati, solo testo. Illustrazioni, decorazioni e note venivano aggiunte a destinazione, in diversi centri di smistamento strategici d’Europa e del Mediterraneo. Oggi si chiamerebbero hub.

Tra i grandi meriti della mostra c’è anche quello di sfatare molti miti e luoghi comuni sui consumi librari. A cominciare dall’idea che i primi testi fossero costosissimi e quindi accessibili solo a pochi privilegiati. Niente di più falso. Costavano poco ed erano in tanti a poterseli permettere. Il vero problema non era il prezzo di copertina, semmai la piaga dell’analfabetismo.

Non a caso i titoli più richiesti erano le grammatiche latine, per apprendere la lingua veicolare di allora e diventare lettori forti. E poi c’erano i primi manuali di contabilità, come l’Aritmetica per mercanti, che fanno dei visionari imprenditori lagunari gli inventori della moderna cultura d’impresa. Altro errore?

A spopolare non erano solo i testi sacri, ma anche i tutorial.

Tra i più venduti, i volumetti che insegnavano cose di ogni giorno, come la vinificazione corretta, la tessitura, il gioco dei dadi.

E a comprare libri comuni non era solo la gente comune, come rivela un elenco autografo di Leonardo da Vinci esposto in mostra. Il genio del Rinascimento tra i suoi livres de chevet aveva un libro di ricette, il De honesta voluptate et valetudine di Bartolomeo Sacchi, detto il Platina, che nel 1474 inaugura l’era dei cookbook.

Ma le sorprese non finiscono qui. Perché dal Zornale dell’editore Francesco de Madiis, cioè il registro di cassa con titoli e prezzi dei venticinquemila testi venduti dalla sua bottega tra il 1484 e il 1488, scopriamo che il Psalterio da puti, una grammatica per insegnare ai bambini a leggere e scrivere, superò le 700 copie vendute.

Costava un’inezia, l’equivalente di un pollo o di un capitone.

E il suo Donado, una grammatica latina, costava 5 soldi, che corrispondevano al salario di mezza giornata di un operaio specializzato. O a un cartoccio di zucchero. Non a caso ne piazzò sul mercato quasi 300 copie in un baleno. Ovviamente i libri lussuosi e riccamente illustrati non avevano prezzi democratici.

Per una bellissima edizione della Glosa Ordinaria, il codice civile romano, bisognava sborsare l’equivalente di dieci paia di elegantissimi stivali di cuoio fine. Il catalogo della mostra non poteva non essere pubblicato che da uno degli eredi più illustri di quella rivoluzione, l’editore veneziano Marsilio.

Il volume ha un piglio agile e divulgativo che restituisce con immagini e parole il senso del rischio e l’audacia di quegli imprenditori della cultura, come Giovanni de Spira, Paganino Paganini e il grande Aldo Manuzio, che investirono denaro, crearono tecnologie, disegnarono i loro font per distinguersi dagli altri tipografi, introdussero innovazioni come la punteggiatura, il corsivo.

E inventarono persino il nostro tascabile. Mettendo sul mercato otto milioni di titoli in meno di cinquant’anni. Ma fu soprattutto quella rete capillare di distribuzione, quella Amazon prima di Amazon, a fare la rivoluzione che ha cambiato per sempre il nostro modo di leggere.

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Marino Niola
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