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Ma quale Befana, a inventare la calza fu la Ninfa Egeria – il Venerdì di Repubblica

4 Gennaio 2019

È nata prima la Befana o la calza? Senz’altro la seconda. Perché senza questo magico indumento la mitica vecchia che domani notte tornerà a visitarci come ogni anno non sarebbe lei. In realtà questa buona megera, un po’ fata svolazzante un po’ strega generosa, è l’ultimo anello di una catena di figure simboliche che affonda le sue radici nella profondità dei millenni.
E discende dalle divinità pagane che rappresentavano l’inizio dell’anno nuovo, quando si fanno i bilanci di quello passato e si assegnano premi e castighi. Come la ninfa Egeria, tutrice soprannaturale del secondo re di Roma, Numa Pompilio, che ai primi di gennaio appendeva una calza nella grotta-tempio della dea e il giorno successivo la ritrovava traboccante di doni. O come Abundia, la divinità dell’abbondanza. E, soprattutto, come Strenia. Che diede il nome al regalo a base di dolci e animaletti commestibili che gli antichi romani facevano ai bambini durante la Sigillaria, la festa delle statuette che inaugurava il calendario annuale (da cui il nostro strenna). In comune queste figure del tempo che fu e la nostra Befana hanno proprio la calza.
Che tradizionalmente funzionava come una fede di credito o di debito, un voto di condotta, un contenitore-indicatore.
Pieno di regali ma, per quelli che non si erano comportati bene, anche di carbone.
Una volta temutissimo dai bambini, ma ormai totalmente neutralizzato dalle befane buoniste del nostro tempo che lo hanno trasformato in cristalli di zucchero nero. Una dolce punizione, una lezione a salve tipica di una società come la nostra, che ha abolito i castighi dal suo orizzonte educativo. E li ha convertiti in premi di consolazione.

Marino Niola
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Su Repubblica.it il mio articolo sul Sannazaro https://www.repubblica.it/cronaca/2026/02/18/news/dalla_duse_a_eduardo_con_il_sannazaro_e_andato_in_fumo_lo_spirito_di_napoli-425165874/

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