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Il superuomo qualunque – la Repubblica

20 Aprile 2019

«Latte, miele e buonanotte». È uno degli ultimi gastro-post di Matteo Salvini, il leader che ha fatto del cibo l’ingrediente principale della sua ricetta politica.
Da quando è diventato vicepremier, non c’è giorno che i suoi follower non vengano aggiornati in tempo reale sul menu del capo. E perfino sui dilemmi che lo assillano. «Adesso pausa pranzo al volo e il dubbio è: mi faccio un piatto di spaghetti in bianco, al pomodoro o al ragù». Carbonara, pizza, nutella, tortellini, arancini, tagliatelle, cannoli, tutti alimenti simbolo dello stile nazional popolare, sono lo sfondo commestibile dei suoi selfie. Ostentando a bella posta quei brand Made in Italy che dall’epoca di Carosello hanno contribuito a fare gli italiani, almeno a tavola. Ed è la popolarità di quei marchi a fare da testimonial a Salvini, non il contrario. È la loro famigliarità a farlo entrare nell’immaginario delle famiglie. Così le mangiate social vengono usate come mattoni mediatici per costruire giorno dopo giorno il profilo antropologico di un uomo che parla come mangia. E soprattutto che mangia come mangiano tutti quelli che vanno di fretta, che non hanno tempo da perdere, senza rinunciare però alla loro quota di sfizio quotidiano.

Tutto il contrario del radical chic, un po’ anoressico e un po’ choosy, come il politico di sinistra pittato alla perfezione da Antonio Albanese in Come un gatto in tangenziale, che vive di frutta bio. Giusto per reidratarsi.

Insomma Salvini è leader de panza. Non si limita semplicemente a trasmettere un messaggio populista. Lui il populismo lo incarna, nella vita e nel giro vita. Con quel corpo un po’ in sovrappeso, da vigilante, da coach di calcetto. E sull’empatia mangereccia, sulla condivisione del basic instinct alimentare, costruisce un gioco di complicità con i suoi supporter, una sorta di convivialità virtuale che sta fra il personale e il politico.
In questa sapiente strategia mediatica c’è però qualcosa di profondamente arcaico, addirittura archetipico che riguarda il corpo come cellula primigenia del potere e della sua rappresentazione. Dai primati ai re. Dagli eroi ai combattenti, l’appetito iperbolico, rigorosamente esibita raccontata mitizzata, è sempre stata un segno del comando. Da Agamennone a Erisittone, il mitico re della Tessaglia che letteralmente si mangiò il regno, da Carlo il Grosso di Francia ad Enrico VIII d’Inghilterra, da Churchill a Trump, la fame da leone riflette la forza e la potenza, traduce il peso corporeo in peso sociale. Testimonia la vitalità del metabolismo politico.

Nel caso di Salvini però l’appetito non segna una distanza con gli elettori, ma sottolinea un’eguaglianza. E diventa l’ennesimo indicatore della informalità del leader anticasta. Una normalità all’ennesima potenza che a furia di sovraesporla diventa eversiva, manda in frantumi la cristalliera del Palazzo. E identifica il capo leghista come un ministro di strada. Che non scalda la poltrona, né tantomeno ce l’ha incollata al sedere. Al punto che evita sistematicamente di farsi sorprendere alla scrivania. Ostenta un dinamismo del fare e una mobilità vicina all’ubiquità. È insieme la messa in scena della vita quotidiana del cittadino comune e la presa di distanza da tutti i vizi dei politici. Mangiare a sbafo, godersi i privilegi, cambiare look dopo essere andati al potere. Insomma il leghista maximo indossa tutte le maschere della normalità, che in realtà non è mai normale, è sempre una recita.

Aveva ragione Nietzsche a dire che per conquistare il consenso un capo deve ridurre il ruolo della politica a una recita grossolana e semplicistica. Ma solo in apparenza. Ed è proprio su questa apparenza che Matteo sta costruendo la sua immagine di superuomo qualunque.

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Marino Niola
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