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Il facile desiderio di vedersi vecchi – la Repubblica

17 Luglio 2019

Adesso ciascuno di noi può avere il suo ritratto di Dorian Gray. Il personaggio inventato da Oscar Wilde che resta giovane mentre il suo ritratto invecchia per lui nell’ombra. Adesso la fantasia letteraria diventa maledettamente reale.

La nostra immagine da vecchi, da giovani, da ragazzini e persino da bicentenari ce la scodella con un clic l’algoritmo di FaceApp. Dorian Gray ma anche il suo contrario.

Fino ad ora abbiamo solo immaginato come saremo da anziani, ma adesso il software ci consente di vederci come in una foto vera e propria, scattata però in anticipo sugli anni.

Sembriamo davvero noi sul viale del tramonto. Il funzionamento è fin troppo semplice. Perché si carica un’immagine di come siamo oggi e si può sviluppare un sé stesso ulteriore. Basta cliccare sul comando Old per vederci imbiancati, raggrinziti, rattrappiti, imbruttiti, incartapecoriti. Ma non c’è limite alla decrepitezza virtuale. Perché caricando la nostra foto anticheggiata è possibile sprofondare nel futuro fin quasi a toccare il fondo del cupio dissolvi.

Se in queste ore in cui l’app viraleggia, i ragazzini ridono nel vedersi trasformati nel volgere di un istante in tanti Matusalemme, è perché in cuor loro non credono sia davvero possibile. Pensano di poter giocare con il tempo, come con un puzzle. Ma ai baby boomers, che si sono sempre creduti forever young, la metamorfosi non fa lo stesso effetto. Perché ha l’aspetto di un memento mori. Quel «ricordati che devi morire» che si trasforma in un’istantanea della caducità della vita. Un’espressione retorica che si preferisce relegare nel campo del pistolotto moraleggiante, alla saggezza trombona. Ma guai se prende davvero forma sotto i nostri occhi. Perché allora si trasforma in un incubo.

Non a caso a pubblicizzare l’applicazione sono stati soprattutto i calciatori che adesso stanno vivendo la meglio gioventù e che si divertono ad utilizzare tutti quei comandi che danno espressioni opzionali come l’uomo vero, il bullo ed altre icone del bestiario giovanile. Ma al tempo stesso questi baciati dalla sorte esorcizzano quella che è la loro più grande paura e cioè che il tempo dia loro il cartellino rosso. E allora lo prendono in contropiede.

FaceApp tuttavia ci offre anche l’opportunità di vederci nei panni dell’altro sesso. E non nella comparsata burlesca del Carnevale, quando gli uomini si travestono da donne e viceversa. Ma nella verità implacabile della genetica, sia pur simulata. Perché in questo caso non si tratta di mascherarsi ma all’opposto, di gettare la maschera. E di scoprire per esempio che quell’altro o quell’altra che ci guardano sono più noi di noi stessi. In questo caso però il gioco si fa improvvisamente serio. E comunque, al di là dell’apparenza ludica, goliardica, cazzara che lo strumento induce e che dilaga in queste ore, in questo divertimento digitale c’è qualcosa di profondamente perturbante. Perché è come se tracciassimo una sorta di identikit per andare alla ricerca di noi stessi nella bolla del tempo. O per muoverci random nei labirinti della nostra identità, con la possibilità di vederla andare in frantumi, aprirsi in mille facce come un prisma. E casomai scoprire che quel viso da straniero che ci appare all’improvviso è nostro e non più nostro. E qualche volta più nostro del nostro.

Insomma la tecnologia, che spesso sembra alimentare una insostenibile leggerezza dell’essere rischia improvvisamente di metterci vis-à-vis con l’insostenibile pesantezza di essere.

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Marino Niola
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