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Il corpo glorioso che ha infranto ogni regola – la Repubblica

18 Luglio 2019

Il talento prorompente di Camilleri era in presa diretta con il suo corpo eccedente. Che era il primo segnale di uno stato di eccezione della mente. Di una capacità di empatia con l’umano, di esperienza carnale dei vizi e delle virtù, del bene e del male, che risiede prima di tutto nelle sensazioni e nelle passioni, nei piaceri e nelle emozioni, nei dolori e nei timori. E perfino la ragione e la coscienza in lui prendevano sempre ordini dal corpo e dalle sue ragioni profonde, infinitamente più profonde dell’anima. In questo senso Camilleri è stato un corpo glorioso. Come quello di santi ed eroi, che rappresenta l’eccezione alle regole che valgono per tutti gli altri. Amava il cibo e quelli che lo amavano quanto lui, tanto da scriverne in continuazione e da trasmetterne la passione ai suoi personaggi, trasformandoli in apostoli del suo epicureismo pacioso. È il caso di Montalbano, sempre pronto a cedere alle tentazioni, che siano arancini fragranti, o che siano donne desideranti.

Diceva spesso che il cibo è il miglior companatico dell’amore, un «completamento estremamente raffinato» di un incontro passionale. E per non farsi mancare niente ha sempre coltivato il piacere del fumo e dell’alcol, ogni giorno una bottiglia di whisky. Insomma, il suo stile di vita e il suo girovita sono sempre stati lontanissimi da quei parametri e precetti che di solito vengono associati al benessere e alla longevità. In questo senso il grande scrittore siciliano era distante anni luce da quei rigoristi che rompono i cabasisi trasformando la gastronomia in una forma di terapia. Rischiando di campare molto meno di Camilleri, arrivato a 93 anni e con un corpo che ha continuato a resistere per settimane dopo che il suo meraviglioso cervello si era arreso, e sicuramente molto peggio.

Spesso la sua postura fisica era da sdraiato, e non certo per mancanza di slancio vitale. Ma perché sdraiati si pensa meglio. Proprio come facevano i filosofi greci durante i loro simposi. Ecco, Camilleri aveva la struttura dell’antico simposiarca, che discetta del mondo mentre è mollemente appoggiato sul triclinio. Catturando l’attenzione dell’altro, facendolo respirare al suo stesso ritmo lento, ondivago, estatico, salvo pungerlo improvvisamente con lo spillo dell’arguzia. Era spiazzante anche quella parlata cavernosa che prima di arrivare alla bocca sembrava aver attraversato i meandri dell’interiorità, ma anche i labirinti delle interiora, i cunicoli delle viscere. La sua voce era tutta corpo, partiva dal diaframma, aveva la stessa eco remota delle enunciazioni sapienziali dei filosofi materialisti della sua terra, come Empedocle, come Gorgia. Nella sua flemma godereccia, che lo sincronizzava sul passo lungo della storia più che su quello sincopato della cronaca, non si poteva non intravedere la sagoma del dottor Pasquano, il medico legale pazzo per i cannoli. In quel gourmet collerico e generoso si nascondeva come una cifra nel tappeto, un sublime scarabocchio autobiografico, una forma superiore di sprezzatura, una affilatissima autoironia che arrivava a prendere per i fondelli sé stesso e la sua creatura. E per capire fino in fondo la natura corporea dello spirito di Camilleri bisogna vederla nello specchio di quella del compianto Ugo Gregoretti nel loro spettacolo Pinocchio (mal)visto dal gatto e la volpe. Il contrappunto fra il gatto Ugo e la volpe Andrea era irresistibile, proprio perché i loro corpi erano perfettamente ibridati con i due animali truffaldini, tanto erano mimetici. E il mimetismo è una forma di intelligenza della natura che viene proprio dal corpo.

Negli ultimi tempi il grande scrittore aveva assunto anche una fisionomia profetica, da antico indovino, privato della vista ma dotato, in cambio, di una superiore visione.
Non a caso era tornato sulla scena l’anno scorso per impersonare Tiresia, il più celebre dei veggenti ciechi, quello che legge senza occhi la terribile verità scritta nel futuro di Edipo. E proprio come il mitico scrutatore della sorte, Camilleri ha fatto della vecchiezza una forma superiore di saggezza. La cecità mi risparmia di vedere la mia faccia, diceva, mentre si preparava per l’ultimo viaggio. Ma nel frattempo non si è negato nulla.

 

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Marino Niola
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