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Il trionfo del caso che umilia la cabala – la Repubblica

14 Agosto 2019

La fortuna è cieca, ma l’algoritmo ci vede benissimo.
E regala a un giocatore lodigiano la bellezza di 209 milioni di euro, il più alto jackpot di sempre. Oltre che il più ricco del mondo. Perché il bello è che il superfortunato la schedina non se l’è nemmeno compilata, ma l’ha comprata bell’e fatta da Quick Pick, il sistema che crea schedine a caso. Non si è scelto nemmeno un numero, semplicemente ha comprato a scatola chiusa quel che passava il convento. Non ha puntato sulle date di nascita delle persone care, il giorno del matrimonio o della laurea, la targa dell’auto, l’ultimo risultato della squadra del cuore. E nemmeno sulle linee formate dai numeri disposti in diagonale o in colonna sulla cedola, come fanno in molti. Insomma tutti quei segni particolari che servono a farsi amica la dea bendata, a subornarla per ottenerne i favori, a blandirla facendola sentire di famiglia o a persuaderla con l’esattezza della geometria. Che sono da sempre le tattiche e le strategie cui i giocatori ricorrono per intavolare la loro partita con la sorte. Ma in questo caso non c’è stata partita. Sestina secca. E pensare che azzeccare sei numeri in un arco che va da uno a novanta, è giudicato da qualunque esperto di statistica come uno score pressoché impossibile. Di fatto, calcoli alla mano, c’è una sola possibilità su seicentoventidue milioni di infilare il filotto vincente. Un calcolo delle probabilità che esclude dal gioco ogni prospettiva di senso, di scaramanzia, di fiuto, di memoria, di veggenza e di preveggenza. Facendo fuori così ogni criterio di merito e demerito.
Quello cui di solito si appella chi gioca per giustificare vincite e perdite.
Di fatto questa digitalizzazione dell’azzardo è in tutto e per tutto figlia del nostro tempo in cui ogni capacità di interpretare la realtà, di prevederne le tendenze, di scorgervi un significato collettivo e condiviso, come era nel lotto tradizionale, sembra ormai fuori portata. Per cui non resta che affidarsi due volte alla ruota del caso, quella del prestampato pescato dalla bacheca di un bar e quella cieca e impenetrabile dell’estrazione.
In fondo è questa la differenza tra la cabala tradizionale e la cabala digitale. Nella prima c’era un lavoro ai fianchi della dea bendata.
Immaginario quanto si vuole, ma comunque presente. Ora invece il tentativo di strapparle la benda avviene in solitario e somiglia sempre più a un acquisto mordi e fuggi. In ogni caso, oggi come ieri, più che il software è decisivo il lato B.

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Marino Niola
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