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Don Giovanni il catalogo è questo – la Repubblica

5 Settembre 2019

«Esistono tre tipi d’uomini. Quelli che credono di essere don Giovanni, quelli che credono di essere stati don Giovanni e quelli che credono che avrebbero potuto esserlo ma non lo hanno voluto». Lo diceva Ortega y Gasset. Ma forse la categoria più numerosa è composta da quelli che avrebbero voluto ma non hanno potuto.
In ogni caso, tanto la frase di Ortega y Gasset quanto la sua declinazione contemporanea rivelano, meglio di qualsiasi dimostrazione, che don Giovanni è molto più di un semplice personaggio teatrale, letterario. È un mito. E come tutti i miti serve a dare un nome e un volto ai grandi nodi dell’essere.
Chi è dunque don Giovanni, e quali sono questi nodi che la sua figura ci aiuta a illuminare? Ridotto all’essenziale, il profilo di don Giovanni è quello di un giovane uomo dalla sensualità irrefrenabile, eccedente e prepotente. Conquistatore, donnaiolo, farfallone, libertino, playboy, puttaniere, rubacuori, sciupafemmine, corteggiatore, gigolo, tombeur de femmes, vagheggino. L’elenco dei sinonimi del suo nome presenti nei vocabolari non lascia spazio a equivoci.
Alcuni di essi aggiungono ammaliatore, viveur, adescatore, cascamorto, sottaniere, bellimbusto. Il risultato non cambia. Un vero dongiovanni vuol possedere ogni donna che incontra sulla sua strada.
Bella o brutta, giovane o vecchia, «purché porti la gonnella», come recita il libretto di Lorenzo Da Ponte che, sommato alla musica vertiginosa di Mozart, dà come risultato il don Giovanni più famoso di tutti i tempi. Quello mozartiano, infatti, è diventato il prototipo stesso del seduttore seriale, anche se non sono stati Da Ponte e Amadeus a inventarlo.
Il dissoluto punito nasce infatti con il proprio nome ai primi del Seicento, nel clima teatrale, sensuale e passionale della società barocca. Il vero padre del personaggio è Tirso de Molina, un frate sivigliano dell’ordine della Mercede, e trascorrono centosessantadue anni fra la sua creatura, ideata nel 1625 riprendendo un tema popolare, e quella del salisburghese. In mezzo ci sono i don Giovanni della commedia dell’arte e quelli d’autore come il libertino nato dalla penna di Molière, quelli di area napoletana e quelli di ambito veneziano. Ma il 29 ottobre 1787, giorno del debutto dell’opera al Teatro degli Stati di Praga, è Mozart a intestarsi per sempre il mito. Da allora, quando pensiamo al grande seduttore, la sua figura si confonde con quella creata dal divino Amadeus, proprio come nel film di Miloš Forman che fa un tutt’uno della creatura e del creatore, radicando il dramma nella biografi a e nella psicologia del musicista, nonché nel suo rapporto con un padre incombente e ingombrante.
Prima e dopo Mozart sono tuttavia in molti a essersi confrontati con don Giovanni, da Purcell a Gluck, da Hoffmann a Byron, da Puškin a Horváth, da Richard Strauss a Jean Anouilh, da Ingmar Bergman a Carmelo Bene. Eppure il fotogramma originario che resta stampato nel nostro immaginario ha ancora i lineamenti fissati dal salisburghese. Un corteggiatore galante e intraprendente, come lo descrivono molti vocabolari, un dissoluto che passa il tempo a sedurre donne e a scontrarsi con i rispettivi uomini, padri, mariti, fidanzati. «Coraggioso, audace e incosciente, non rispetta nessuna legge umana o divina», precisa Wikipedia. La sua insofferenza a ogni regola lo porta a scontrarsi perfino con i morti, di cui si prende gioco al punto da invitarne uno a cena. Precisamente il padre di una donna che don Giovanni sta cercando di sedurre con l’inganno: accorso in aiuto della figlia, l’uomo viene ucciso. Il guaio è che il morto accetta l’invito di don Giovanni e si presenta puntuale, in forma di statua animata, quella che ormai è entrata nel linguaggio giornalistico col nome di convitato di pietra, per indicare una «presenza incombente ma invisibile, muta, e perciò inquietante e imprevedibile, che tutti conoscono ma che nessuno nomina», come recita il vocabolario Treccani.
Solo in quel momento estremo, che molti considerano il più grande colpo di teatro di tutti i tempi, il seduttore capisce di non avere scampo. E tuttavia anche davanti all’ospite soprannaturale, che lo afferra in una stretta mortale, rifiuta di pentirsi e non arretra di un passo, nemmeno di fronte all’abisso dell’inferno che si spalanca sotto i suoi piedi.
Don Giovanni è dunque un tombeur de femmes ma anche qualcosa di più. Le donne nella storia del grande cacciatore di gonnelle sono una condizione narrativa necessaria ma non sufficiente. A caratterizzare il personaggio sono egualmente lo sprezzo delle regole e la trasgressione à bout de souffle che non teme nemmeno il confronto con la morte, se ne ride dell’aldilà, fa marameo alla trascendenza. È questa esperienza fatale a rendere don Giovanni uno dei grandi miti dell’Occidente moderno: una di quelle figure, come Prometeo, come Edipo, che condensano in pochi tratti la visione del mondo di un’intera epoca, incarnano le sue domande profonde sul confine tra bene e male, fra piacere e dovere, fra trasgressione e punizione, fra maschio e femmina.

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Marino Niola
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