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I tre corpi di Renzi – la Repubblica

23 Settembre 2019

Pinocchio, il barone rampante e Gian Burrasca. Provate a mescolare questi tre personaggi per farne una sola persona e vi ritroverete davanti Matteo Renzi. Perché il fondatore di Italia Viva (e speriamo anche vegeta), ha tre corpi.

È uno e trino. Ma non trinariciuto.

Di Pinocchio ha l’oscillazione continua fra verità e bugia. Ma non perché, come sostengono i suoi più acerrimi nemici, dica tutto e il contrario di tutto con la stessa faccia tosta. Ma piuttosto perché quella postura a dispetto, quella impermeabilità fisica, quella superficie che tutto riflette e rimbalza, quella elasticità accelerata da bambolotto esagitato, è lo specchio del burattino collodiano che dorme in ogni italiano. Sempre pronto a recitare la verità ma a praticare sistematicamente la menzogna. Sempre alla soglia fra detto e non detto, fra opportunismo e buon senso, fra prudenza e innocenza.

Nel Seicento il grande Torquato Accetto, filosofo e uomo di mondo, la chiamava “dissimulazione onesta”. Nel senso che, in certe circostanze della vita, mentire può essere un segno di saggezza e non di doppiezza, oltre che un’arma contro i forti e i prepotenti. Se non addirittura una virtù, che permette di mostrare di noi solo quel che vogliamo far trasparire. Insomma, il leader toscano ha un percorso di crescita che somiglia alla deburattinizzazione di Pinocchio. A una costruzione di sé perseguita somministrando sistematicamente la verità in nanodosi. Step by step.

Del barone rampante invece Matteo ha l’iconoclastia rottamatoria. E quella fame di azione che lo porta a spaccare tutto. Proprio come fa Cosimo Piovasco di Rondò, il personaggio nato dalla penna di Italo Calvino. Che, trasportato dalla sua irruenza giovanile e dissacratoria, usa lo scalone d’onore del palazzo avito come uno scivolo e maldestramente rovescia i busti degli antenati, suscitando le ire del suo nobile padre. Ma in realtà Cosimo quell’eredità familiare, quel retaggio di passato, li ha a cuore anche più del suo imbalsamatissimo genitore. La sua è una strategia impertinente ma dirompente, contro una tattica prudente ma perdente. Perché capisce che il solo modo di salvare certi valori è fare tabula rasa e ripartire. E questa convinzione lo rende tetragono, ingovernabile, inconvincibile e irremovibile. Gli dà la spinta per ribellarsi ai suoi genitori e al suo mondo. Al punto da decidere di abbandonare quelli che hanno sempre i piedi per terra e la testa nel presente e di andarsene a vivere sugli alberi, conducendo un’esistenza rampante, fra un ramo e l’altro, perdendo ogni contatto con i suoi ex compagni terricoli. Di Gian Burrasca, alias Giannino Stoppani da Firenze, l’uomo della Leopolda ha perfino il ciuffetto discolo e il portamento squieto. E proprio come il personaggio creato nel 1912 da Vamba, al secolo Luigi Bertelli, non esita a dinamitare istituzioni e situazioni. Familiari e sociali. Scolastiche e politiche. Manda a monte il matrimonio della sorella, e sputtana il farisaico cognato che si è candidato al Parlamento, mettendo fine alla sua carriera politica. Insomma, Giannino passa su tutto e tutti come un uragano e si lascia dietro le spalle una scia di morti e feriti. E tutto per la sua esuberanza quasi ormonale, per un levantamiento fisiologico, quasi organico, che ha in sé un gene costruttivo e un antigene distruttivo.

In realtà l’ex presidente del Consiglio non è il solo abitante del Palazzo a essere uno e anche altro. Se stesso e insieme la somma dei caratteri di fondo e dei caratteristi di superficie dell’antropologia politica nazionale. Che ha sempre pescato a piene mani in quel deposito di profili, di tipi e di stereotipi umani che affonda le sue radici nella Commedia dell’Arte. Nei Pulcinella che imbrogliano perfino se stessi, negli Arlecchini che servono due padroni, nei Pantalone che pagano sempre le spese, nei Balanzone che magnano impuniti. E ancor prima nelle grandi maschere del teatro latino. Dal Miles gloriosus di Plauto, spaccone truce e vanaglorioso che non le manda a dire ma in compenso le prende. Fino a Trimalcione, il cafone arricchito, padre di tutti i bunga bunga.

Una volta si diceva che ogni capo ha due corpi, quello fisico che è solo suo e quello politico che è di tutti perché rappresenta la collettività. Nel caso di Renzi invece i corpi sono tre. Tutti messi in scena, ostentati, sovraesposti. E tutti profondamente nazionali. In realtà Matteo è un italiano al cubo.

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Marino Niola
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