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L’esperanto dei ragazzi – la Repubblica

28 Settembre 2019

Un’onda verde si è riversata nelle strade del mondo.

Solo in Italia più di un milione di ragazzi hanno sfilato pacificamente, festosamente, ironicamente.

Sorprendendo tutti con la forza di una protesta mite, che rivendica il diritto dei giovani al futuro. Ma non odia nessuno, non brucia le foto di Bolsonaro, né quelle di Trump. Non incendia bandiere, non spacca vetrine.

Piuttosto gioca con le parole, perché sa che nella società della comunicazione chi lancia i messaggi giusti vince e convince. Così mostrano di aver imparato la lezione, molto prima di noi adulti che pensavamo di insegnargliela. E così, sulle ali di Twitter e sulle pagine Instagram volano slogan come un galileiano “Vi siete goduti le stelle, ci avete lasciato il cielo a pecorelle”. O un neo-hippy, “We want a hot girl, no a hot climate”, cioè vogliamo una ragazza caliente, non un clima bollente. Che, fatte le debite trasposizioni è un po’ come il “Fate l’amore non fate la guerra” del pacifismo anni Sessanta. Mentre il lennoniano “Give peace a chance” oggi, tradotto nel vocabolario dei Fridays4Future, diventerebbe “Give Earth a Chance”.

Anche l’uso generalizzato dell’inglese ha qualcosa di incoraggiante, di speranzoso. Anzi di “esperantoso”. È la lingua franca che permette a tutti i millennials di ritrovare una koinè, un fondo comune di valori e di aspettative. È la faccia buona della globalizzazione. La stessa Greta Thunberg, nei sui primi discorsi pubblici in inglese ha chiesto venia per il suo accento scandinavo e per eventuali errori, sdoganando di fatto l’idea che anche chi non ha studiato a Oxford, ma ha un cuore verde, ha diritto di essere ascoltato. Ed è solo l’inizio.

Perché l’ecologismo di oggi, ormai si è capito, non è un capriccio da ragazzini viziati o da sdraiati annoiati. È un’obiezione di coscienza che sta cambiando gli usi e i consumi di una generazione che spreca decisamente meno della precedente. E cerca di vivere con poco, senza per questo sentirsi sfigata. Ha bisogno solo di un telefonino. Ma anche su questo sta cambiando. Perché uno dei tam tam che ieri hanno attraversato le piazze delle nostre città era “Usciamo dai social”. Che esprime il bisogno di relazioni fisiche, occhi che si guardano e corpi che si toccano. Come dire che la realtà dell’umano è il “face to face” e non quella sua protesi digitale che è il “Face to Facebook”. Perché il web è molto, ma non può essere tutto. Così, in assoluta controtendenza rispetto a una società che trasforma le persone in cose, in merci, in microchip, questi ragazzi trasformano il Pianeta in una persona.

Non a caso i nostri figli sono nati negli stessi anni delle tecnologie che hanno messo la Terra a portata di click.

Come Google Earth, l’applicazione del colosso informatico californiano che ha la stessa età di Greta e che offre gratuitamente la possibilità di esplorare a volo d’uccello mari, monti e deserti. Il motto dell’app è da sempre “Lasciati trasportare nel globo, il mondo è tuo”.

Tutto questo ha avvicinato il pianeta all’orizzonte dei millennials, lo ha reso una presenza familiare, monitorabile nel più piccolo dettaglio. Ne ha fatto la moderna incarnazione di Gaia, l’antica dea della terra. Il cui destino è legato a doppio filo al nostro. E i ragazzi ce lo stanno insegnando.

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Marino Niola
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