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Quando il rito da artificiale diventa digitale – il Venerdì di Repubblica

29 Dicembre 2019

Mancano solo quattro giorni alla notte di Capodanno e prima ancora dei botti sono scoppiate le polemiche. Fuochi sì, fuochi no, fuochi come. Si moltiplicano decaloghi e tutorial sul petardo sostenibile, su come far fuoco e fiamme senza spaventare umani e animali. Qualche Comune li ha vietati e qualche altro, come Guidonia, ha addirittura invitato i cittadini a filmare i trasgressori.
Ma c’è da giurarci, anche il 2020 verrà salutato dalla consueta fiammata pirotecnica. Perché da che mondo è mondo gli umani hanno sempre festeggiato i passaggi stagionali facendo luce e rumore. Perché il primo è simbolo di purificazione, brucia i residui del passato, mentre il rumore in origine serviva a spaventare le potenze del male.
Con l’invenzione della polvere da sparo, a produrre fulgore e fragore è la pirotecnia che, nonostante l’origine cinese di girandole e bengala, trasforma il rito scaramantico in arte tutta italiana. Con l’aiuto di geni come Michelangelo, Pietro da Cortona e Gian Lorenzo Bernini, autori di architetture incendiarie che trasformavano monumenti come Castel Sant’Angelo in vulcani tonanti e fiammeggianti. Dando così inizio al made in Italy del botto. In realtà razzi, castagnole e cascate di scintille colorate, tremolanti, luccicanti erano e restano il simbolo stesso della festa. Segno che l’arcaico richiamo del fuoco è difficile da spegnere. Perché è un basic instinct che viene da lontano. Dal fuoco sacro delle Vestali a quello agonistico delle Olimpiadi, dalle fiaccolate per la pace fino al nostro San Silvestro. E se adesso qualche amministrazione sostituisce i botti con i droni luminosi sarà l’estrema metamorfosi di un rito millenario. Che per rendere meno pericolosa l’esplosione di gioia trasforma i fuochi artificiali in fuochi digitali.

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Marino Niola
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