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Francesco come un divo e il diritto di avere delle umane debolezze – la Repubblica

2 Gennaio 2020

Quando il sangue va alla testa, in un solo istante si annulla l’effetto di giorni e giorni di meditazioni, diceva il grande filosofo Emil Cioran. È proprio quel che deve essere capitato a Papa Francesco la sera del 31 dicembre in Piazza San Pietro, quando si è bruscamente svincolato da una fedele avvinghiata al suo braccio, colpendole la mano.

Non è la prima volta che il Papa venuto dalla fine del mondo è oggetto di manifestazioni d’affetto eccessivamente espansive. Tre anni fa, in Messico, aveva rimproverato un devoto che lo aveva letteralmente placcato rischiando di farlo cadere.

«Non essere egoista», intimò al giovane che lo aveva afferrato con un desiderio di contatto fisico che ricorda molto da vicino il comportamento dei fan con le rockstar. Certo il Vicario di Cristo non è Mick Jagger. Eppure, in quell’attaccamento amoroso, in quella sorta di corpo a corpo con il successore di Pietro, c’è qualcosa di profondamente spirituale e al tempo stesso di assolutamente carnale. Un corto circuito fra materiale e immateriale, tra la natura ieratica del corpo pontificale e la sua incarnazione terrena. Lo stesso corto circuito fra trascendenza e immanenza che tradizionalmente fa dei santi i campioni della Chiesa, delle autentiche star del sacro. E proprio per questa loro doppia natura, celeste e terrena, la devozione va spesso oltre i limiti canonici, quelli puramente spirituali ed assume connotazioni fortemente corporee. I fedeli si fanno in quattro per toccare quel che resta del corpo santo. Una volta si contendevano perfino le sue reliquie. E quando erano in vita venivano letteralmente aggrediti dalla folla dei devoti che cercava di strappargli un pezzo di abito, un cordone, una ciocca di capelli. La Chiesa derubricava queste manifestazioni come “popolari attentati”.

Certo questo devozionismo così acceso e anacronistico non appartiene allo stile papale di Francesco. Che, anzi, rifugge da qualsiasi mitologizzazione del suo pontificato e di se stesso. Facendo della sua umanità francescana il primo segno tangibile che il Papa è uomo tra gli uomini. Ma paradossalmente è proprio questo suo darsi alla gente, generosamente e con semplicità, che ne accresce il carisma da “poverello”, facendone un esempio di modestia e di umiltà.

Una scintilla del sacro con la quale ci si può prendere qualche confidenza.

In realtà la componente “divistica” è profondamente religiosa. Anzi è una delle matrici primigenie del rapporto tra i devoti e il sacro. Che passa prima di tutto attraverso il corpo. La religione dei dogmi, tutta astrazioni e niente emozioni, è fatta per gli intellettuali. Ma non tocca, se non in seconda istanza il vissuto dei fedeli. Che è fatto di sentimenti e di trasalimenti. Non a caso per definire il fascino esercitato dalle stelle dello spettacolo si usano termini come divo o come idolo, che sono tratti pari pari dal vocabolario religioso. E lo stesso vale per i loro supporter che chiamiamo adoratori, termine che non ha bisogno di spiegazioni. O fan, abbreviazione di fanatics, ovvero di ammiratore entusiastico, o di patito. In un caso e nell’altro si tratta di parole laiche con un profondo retroterra religioso. Perché entusiasta è etimologicamente colui che è posseduto dal dio. Mentre il patito è chi è mosso dal pathos. Che, lo dice la parola stessa, è all’origine sia della passione che della pazienza. Quella pazienza che, a detta di alcuni, il Papa ha perso. Ma la cosa non deve stupire, visto che il rapporto che il Vescovo di Roma ha con il suo popolo non è solo un rapporto tra ruoli ed istituzioni. Ma è una relazione tra persone in carne e ossa, con le loro fragilità e le loro debolezze. Perché se è vero che il pontefice è il servo dei servi di Dio, è altrettanto vero che l’infinitudine della sua persona spirituale è contenuta nella finitudine di una persona umana. Infatti, come avviene per qualsiasi capo, anche il Papa ha due corpi, quello spirituale e quello umano, quello della Chiesa e il suo personale, quello di Francesco e quello di Jorge Mario Bergoglio. Ecco perché se il Santo Padre è tenuto a professare la pazienza come virtù cristiana, la persona che lo incarna ha tutto il diritto di perderla. E di uscire dai limiti imposti dal ruolo.

Come dire che ogni limite ha una pazienza. Parola di Totò.

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Marino Niola
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