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Sovranista o globish il cibo parla di noi – il Venerdì di Repubblica

3 Gennaio 2020

Abbiamo fatto appena in tempo a sparecchiare le tavole di Natale e Capodanno e già si può riflettere sulle due tendenze che hanno dominato feste e vigilie, cene e cenoni. Da una parte il partito dell’eterno ritorno, che continua ad amare la ritualità senza sorprese della tradizione. Dall’altra, i demolitori del passato, gli haters del Natale di sempre che guardano avanti e soprattutto si guardano intorno.
In realtà questi due trend sono due gemelli siamesi, nel senso che l’uno esiste in funzione dell’altro e, soprattutto, contro l’altro. Sono le prove generali di quella che si annuncia come una polarizzazione del mondo del food. Che riflette in pieno quella che attraversa l’intero Occidente. Da un lato gli amanti della tavola sovranista, piatti e buoi dei paesi tuoi. Capponi e zamponi, panettoni e torroni, cotechini e tortellini.
Che vedono nel “come eravamo” un bene rifugio. Un’oasi senza sorprese che fa da antidoto ai colpi e contraccolpi della globalizzazione. Un menù familiare e familista, fatto di nostalgia e di autarchia, di ripensamento e di risentimento.
Dall’altra il popolo globish, figlio del low cost e del last minute. Che una volta era no global. Ma adesso per remare contro l’onda nazionalista si è convertito alla tavola multietnica. Passa dal tofu al ceviche, dalla curcuma allo zenzero. Tutto purché straniero, ancor meglio se strano. Per dimostrare che possiamo metabolizzare le altre culture. Che siamo in grado di digerire le diversità. Insomma, il nostro futuro alimentare sembra metterci davanti a un’alternativa che riflette il momento politico che stiamo vivendo. Restaurazione o innovazione? Tradizionalismo o progressismo? Opulenza o frugalità? Antropocentrismo o biocentrismo? Apertura o chiusura? Paura o coraggio? Ancora una volta, quando parliamo di cibo in realtà è il cibo a parlare di noi.

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Marino Niola
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