Menu & Search

Non si tratta solo di carne sì o no – la Repubblica sez. Cultura

4 Gennaio 2020

Il veganesimo è come un credo religioso o filosofico e come tale non può essere discriminato. Lo ha stabilito il tribunale inglese di Norwich accogliendo il ricorso di un impiegato licenziato a causa del suo veganesimo etico. È probabile che la sentenza farà giurisprudenza. Quel che è certo è che farà storia. Perché invita ad andare al di là della semplice questione alimentare, carne sì carne no. Facendo del veganesimo una dieta, nel senso originario e nobile della parola, che viene dal greco diaìtae e significa forma di vita, ricerca, credenza. Cioè un modo di essere nel mondo, fondato sull’equilibrio con le altre specie viventi. In questo senso i giudici inglesi rilanciano il dibattito pubblico sui temi che stanno a monte della scelta vegetariana e vegana. E che toccano scienza e coscienza, etica e dietetica. Come l’antispecismo, che nega la superiorità della nostra specie. O come il biocentrismo, antidoto contro quell’antropocentrismo che assegna all’uomo il dominio su tutti gli esseri del creato, attribuendogli un comodato d’uso illimitato su quella che Ugo Foscolo chiamava «bella d’erbe famiglia ed animali».

Ormai la discussione sulle conseguenze dei nostri stili di vita non è più rinviabile. Né derubricabile come mero scontro fra scelte o mode alimentari. Tempo fa il medico e psichiatra australiano Steve Stankevicius aveva lanciato un appello agli intellettuali ed opinion leader, invitandoli a rimettere in discussione la loro etica double face. Rigorosa e intransigente in fatto di libertà civili e diritti umani. E al tempo stesso sorda e indifferente verso le sofferenze dei nostri fratelli a due e a quattro zampe. E se nel mondo anglosassone la provocazione di Stankevicius è stata ripresa da alcuni esponenti più sensibili dell’intellighenzia laica, come il neuroscienziato Sam Harris e il biologo Richard Dawkins, da noi la discussione non riesce a decollare. E rimane prigioniera del muro contro muro, astioso e rabbioso, fra le tribù alimentari. Da una parte il fronte veg, che si è intestato ogni moratoria animalista e antispecista, sfiorando spesso il terrorismo psicologico. Dall’altra gli onnivori, che rimproverano ai vegani il loro fanatismo. Ma lo fanno per lo più con sarcasmo qualunquista, una sorta di riflesso condizionato, di «inerte depensamento » avrebbe detto Carmelo Bene. Eppure, questi temi sono di tutti, perché chiamano in causa responsabilità etiche e politiche strettamente interdipendenti, soprattutto in un mondo globale come il nostro in cui ogni scelta ha delle ricadute sulla società e sull’ambiente.

Insomma, non solo cibo ma grandi questioni. Che peraltro si agitano da millenni. Dalle sorgenti del pensiero occidentale e orientale. Da Platone che, nella Repubblica vedeva lucidamente nel consumo di carne un fattore scatenante di fenomeni come le guerre per l’accaparramento di pascoli, quello che oggi si chiama land grabbing. A Pitagora e a Plutarco che nella pietà verso i nostri fratelli d’altra specie scorgevano il presupposto indispensabile della pietà che sentiamo, o che dovremmo sentire, per il prossimo nostro. Ma anche il cristianesimo delle origini ha conosciuto battaglie fra sette ereticali che della scelta alimentare facevano il pilastro della loro concezione dell’essere, del loro credo filosofico e religioso. È il caso degli Ebioniti, in ebraico poveri, e degli Encratiti, cioè i temperanti, che non esitavano a modificare il testo dei Vangeli per far apparire vegetariani tanto Cristo che San Giovanni.

Arrivando addirittura a far sparire le famose locuste dalla dieta del Battista in quanto cibo di origine animale. C’è dunque un filo millenario che passa per grandi testimonial della non violenza come Rousseau, Tolstoj e Ghandi, per poi sfociare nel nostro presente attraversato da fedi dietetiche di ogni sorta. Che spesso assomigliano a delle sette, sempre più integraliste e autorecluse nei loro totem e tabù. Risultato, risse, scomuniche, anatemi fra i vari fronti. Mentre oggi è necessario volare alto e riconoscere a chi non mangia come noi la dignità di un credo diverso. Perché se dietro la scelta veg c’è un’innegabile nobiltà etica, è pur vero che criminalizzare qualche milione di anni di storia e preistoria degli onnivori è quanto meno ingenuo. In questo senso il verdetto di Norwich fa da antidoto contro inutili guerre in punta di forchetta.

Article Tags
Avatar
Marino Niola
Related article
Se l’uomo tace ascoltiamo gli animali – la Repubblica Cultura

Se l’uomo tace ascoltiamo gli animali – la Repubblica Cultura

La tana degli affetti perduti – Il Caffè

La tana degli affetti perduti – Il Caffè

Strade vuote e case piene. Il coronavirus cambia le nostre…

Siamo gente alla mano. Ma senza strette – il Venerdì di Repubblica

Siamo gente alla mano. Ma senza strette – il Venerdì di Repubblica

Il coronavirus ha messo in quarantena la cordialità italiana. Causando…

Discussion about this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Type your search keyword, and press enter to search