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I Tristi Tropici di Montaigne – la Repubblica Robinson

18 Gennaio 2020

Dall’antropofagia all’antropologia il passo è breve. Tra mangiare l’altro e studiare l’altro la differenza non è poi molta. A sostenerlo è Claude Lévi-Strauss, il più grande antropologo del Novecento, in due conferenze fino ad ora inedite. E che adesso sono state raccolte in un libro curato da Emanuel Désveaux e appena tradotto da Raffaello Cortina, che ha arricchito l’edizione italiana con una bella postfazione di Carlo Montaleone. Il volume illumina un passaggio fondamentale nella genealogia teorica dell’autore di Tristi Tropici.

La prima conferenza fu tenuta nel 1937 quando il giovane Claude aveva 29 anni e non aveva mai parlato in pubblico, per un gruppo di quadri della CGT, Confédération générale du travail, il più grande sindacato della sinistra francese, ed è affiorata solo di recente dagli archivi della Bibliothèque Nationale di Parigi. Il titolo, perfettamente intonato al clima e all’uditorio era “Una scienza rivoluzionaria: l’etnografia”.

La seconda conferenza si intitola ” Ritorno a Montaigne”. Lévi-Strauss la pronunciò nel 1992, in una sala della facoltà di Medicina di Parigi, durante le celebrazioni per il cinquecentenario della scoperta dell’America ed è anche la sua ultima performance oratoria. Per l’occasione la platea era costituita dai membri del Comité protestant d’éthique. Il testo è giunto fino a noi grazie ad una trascrizione anonima sulla cui prima pagina compare l’iscrizione “Registrazione pirata, trascrizione non corretta”. Forse non corretta ma Lévi-Strauss c’è tutto. La sua inesausta vibrazione filosofica, la sua icastica eloquenza da grande moralista, ma anche la sua affilata ragione analitica. Lo prova una versione ridotta dell’intervento che uscì a sua firma su Repubblica l’11 settembre dello stesso anno con il titolo “Come Montaigne scoprì l’America”. Quella che si delinea nelle due conferenze è una traiettoria circolare che si apre e si chiude sotto il segno di Montaigne. E soprattutto retrodata il punto d’origine dell’antropologia levistraussiana, che di solito viene collocato nel 1949, anno di uscita di un capolavoro come Le strutture elementari della parentela. Invece questi due testi mostrano come nel 1937 il futuro padre dello strutturalismo fosse già abbondantemente sul pezzo. Di solito si accredita a Lévi-Strauss un’ascendenza rousseauiana. La sua critica della società occidentale, la sua difesa dell’innocenza primitiva tanto vicina alla bontà originaria della natura, il suo ecologismo biocentrico, la sua identificazione con le specie viventi vengono letti come una traduzione del pensiero di Rousseau nel linguaggio dell’antropologia. Invece sia la prima sia l’ultima conferenza impongono all’unisono di guardare più lontano. Perché la sorgente primigenia di opere come Tristi Tropici e Il pensiero selvaggio si trova in realtà nella filosofia di Montaigne e nella sua critica spaesante della pretesa superiorità dell’Occidente sulle altre culture. Ed è proprio ponendosi sotto l’egida dell’autore degli Essais che Lévi-Strauss nel 1937 proclama davanti ai capi del sindacato il carattere costitutivamente rivoluzionario dell’antropologia. Nel senso che esisterebbe una correlazione stretta fra ragione etnografica e spirito rivoluzionario, tra la conoscenza dell’altro e la critica di sé. Almeno a partire dal Rinascimento, quando la scoperta del Nuovo Mondo e delle umanità che lo abitano produce un tempestoso allargamento della nozione stessa di uomo.

Il più grande esempio è proprio il relativismo di Montaigne, ispirato dai costumi dei nativi americani che mostrano come il nostro modo di vivere sia solo uno tra i tanti possibili. E non possa vantare nessuna superiorità. Allo stesso modo, dice Lévi-Strauss, nel secolo dei Lumi, caratterizzato dalla conquista inglese e francese del Nordamerica, l’Indiano diventa il buon selvaggio di Rousseau, l’Ingenuo di Voltaire, la critica vivente della supponenza eurocentrica della civiltà bianca. Insomma, «ogni volta che lo spirito critico verso le istituzioni si attutisce, si va a cercare l’esempio tra i popoli selvaggi e, quando scoppia una rivoluzione, essa si volge subito verso i primitivi per svilupparne le conoscenze». Non a caso, aggiunge il grande antropologo, la Rivoluzione russa del 1917 diede grande impulso alle ricerche etnografiche sulle genti che popolavano i confini dell’Artico e il cuore della Siberia.

Con la stessa lucidità Lévi-Strauss decostruisce il celebre capitolo degli Essais di Montaigne, quello intitolato Dei cannibali, per mostrare come dal pensiero del grande filosofo francese si dipartano le linee della moderna scienza dell’uomo. L’analisi, finissima, si svolge sullo sfondo di variabili come la guerra di religione fra cattolici e protestanti, con gli episodi di cannibalismo che la caratterizzarono, e mostra come in fatto di barbarie la civile Europa non abbia nulla da imparare dai selvaggi delle Americhe. Un boccone amaro da digerire ma necessario per capire che il vero barbaro è colui che crede di non esserlo.

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Marino Niola
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