Menu & Search

L’identità plurale dell’uomo nuovo – la Repubblica sez. RWeekend

24 Gennaio 2020

Il maschio è tornato ma a guardarlo da vicino non è più quello di una volta. Perché giacca e cravatta non bastano da sole a evocare i fantasmi anacronistici di una virilità fortunatamente archiviata. E adesso abbondantemente sdrammatizzata, rivisitata, contaminata. Soprattutto da chi non l’aveva mai conosciuta se non al cinema e in fotografia. Come i trentenni, che adesso riscoprono, anzi scoprono, con stupore curioso e irriverente quella che fu la divisa d’ordinanza delle generazioni precedenti. E si divertono ad alternarla a sneaker, felpe e T-shirt, la loro divisa d’ordinanza, rigorosamente streetwear. E casomai ad abbinare il completo scuro a uno spiazzante anello da rockstar.

Insomma, anche se gli abiti sembrano gli stessi le abitudini sono diverse. Perché tra gli anni Ottanta, guardati attraverso un velo di nostalgia vintage, e quelli del MeToo è successo di tutto. E, nonostante i rigurgiti machisti che riaffiorano fastidiosamente, come un reflusso dell’immaginario, oggi il paesaggio dei generi e delle generazioni è profondamente cambiato e provvidenzialmente rimescolato. E la moda riflette nel suo specchio ingranditore queste trasformazioni, che hanno ampiamente ammorbidito il confine del maschile e del femminile. Lo hanno reso sghembo, poroso, revocabile, a tempo determinato. Lo hanno letteralmente elasticizzato. Oggi l’elasticizzato, che non a caso dilaga, non è solo una categoria della moda, ma è diventato una categoria dello spirito, il vento eccentrico che soffia sul nostro tempo, la trama del presente. E il queer è la fotografia sociale di questa elasticizzazione dell’essere che, in realtà, grandi anticipatori come Giorgio Armani avevano visto da lontano. Sfrondando il maschile e il femminile della loro eccessiva caratterizzazione di genere per far apparire quel filo che li unisce.

Ecco perché una volta blazer e pantaloni col risvolto erano un’indispensabile iniziazione maschile, un biglietto d’ingresso alla vita adulta. Mentre nella società liquida, dove si fa prima a diventare adulteri che adulti, apparenze ed esistenze sono flessibili, interinali, provvisorie. Insomma stretch. E lo diventano anche doppiopetto, cravatte e gilet. Che smettono di essere la seconda pelle del primo sesso. E si trasformano in costumi per mettere in scena l’identità plurale del maschio sostenibile.

Article Tags
Avatar
Marino Niola
Related article
Se l’uomo tace ascoltiamo gli animali – la Repubblica Cultura

Se l’uomo tace ascoltiamo gli animali – la Repubblica Cultura

La tana degli affetti perduti – Il Caffè

La tana degli affetti perduti – Il Caffè

Strade vuote e case piene. Il coronavirus cambia le nostre…

Siamo gente alla mano. Ma senza strette – il Venerdì di Repubblica

Siamo gente alla mano. Ma senza strette – il Venerdì di Repubblica

Il coronavirus ha messo in quarantena la cordialità italiana. Causando…

Discussion about this post

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Type your search keyword, and press enter to search