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Fioriscono le colonne d’Ercole – la Repubblica Robinson

1 Febbraio 2020

Il Signore creò il giardino dell’Eden a Oriente. Umberto Pasti il suo paradiso terrestre lo ha ricreato a Occidente, al di là delle colonne d’Ercole, all’inizio di quello che Dante chiamava il “mondo sanza gente”. E che adesso si chiama Rohuna, un borgo di cinquecento abitanti sulla costa atlantica del Marocco, a pochi chilometri da Tangeri. Quel lembo di terra affacciato sul mare è protagonista dell’ultimo libro di Pasti che, illustrato dalle splendide foto di Ngoc Minh Ngo e arricchito dalla bella prefazione di Martina Mondadori, ci guida nei labirinti di vita del suo giardino atlantico. L’autore, giornalista, scrittore e disegnatore di architetture vegetali, arriva a Rohuna vent’anni fa e in quel luogo remoto, desertico, ostile, senz’acqua, senza elettricità decide di fermarsi. Perché in una sorta di sogno premonitore vede quella pietraia attraversata da file di fichi d’india trasformarsi nel suo Gan Eden, che nell’ebraico veterotestamentario significa letteralmente “giardino delle delizie”. E se si pensa che Eden deriva dal sumero edenu, nel senso di deserto, di spazio incolto, la visione onirica diventa insieme profetica e didascalica. Addormentatosi sotto un albero, Pasti vede il suo corpo diventare quel giardino. Al risveglio, racconta, « ero aiuole e scale e terrazze. Avevo le zolle dove avevo avuto i capelli ». La metamorfosi è opera degli jennun, i geni del luogo che, secondo il leggendario locale, si impadroniscono di chi dorme all’ombra degli alberi. E gli rivelano nello specchio delle cose, una nuova dimensione di sé. Insomma, il novello Adamo, viene assegnato al paradiso perché lo coltivi e lo custodisca. Proprio come i progenitori nel racconto del Genesi, dove la parola di Dio crea le piante solo dopo aver soffiato la vita nelle narici dell’uomo e della donna perché diano un nome alle specie viventi.

E nominandole le facciano esistere, come dice il Prologo del Vangelo di Giovanni. In principio era il Verbo e «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che è». Quello che l’autore e la comunità locale che nasce intorno a lui sperimentano è, dunque, la potenza della parola creatrice.

Perché un luogo che ha un nome smette di essere spazio incognito per diventare punto d’incontro di elementi, di creature animali e vegetali che sentono, soffrono e gioiscono. È il caso degli alberi e delle piante che Pasti fa vivere e rivivere. Come gli ulivi sradicati, abbandonati sul ciglio di una strada dopo uno sbancamento, che sembrano inchinarsi al passaggio del loro ricreatore. Che restituisce lo spirito alle cose risvegliando negli abitanti del villaggio quell’animismo che viene dalla remota mescolanza di umori berberi, fenici, cartaginesi, vandali, beduini e romani nascosta sotto il velo islamico e che riaffiora possente e vitale, come il respiro di un jinn. In quella regione dell’anima anche i venti hanno un’identità. Lo Giudiga che viene dal mare è un gigante con fiato di gelo, fratello del Borea mitologico. E il soffio torrido dell’Est brucia come una donna in amore. Ma a Rohuna perfino i sentieri cambiano idea, si perdono e si ritrovano altrove. E fanno pensare agli holzwege, i ” sentieri interrotti” di Heidegger che interrompendosi sviano il viandante. Ma è proprio questo apparente perdersi, sospeso tra errore ed errare, ad indicare al pensiero altri orienti ed occidenti.

Il giardino atlantico in questi vent’anni non ha mai smesso di nascere e rinascere e adesso è diventato una costellazione vegetale, un paradiso nel vero senso della parola, dall’antico persiano pairiadezache significa esattamente giardino, verziere, recinto di letizia. Un’oasi in cui nei momenti di grazia « sei specie di narcisi e tre di iris sono in fiore, e soddisfatti i jennun si fregano le mani » . Di fatto, Umberto Pasti, con l’aiuto di Bernard, giardiniere belga che in Marocco è diventato Belijki e dei suoi amici, ha fatto di quell’angolo di mondo, insieme terrestre ed equoreo, l’immagine stessa di quella consonanza cosmica che Heidegger chiamava quadratura. Ossia l’unità originaria dell’abitare, o meglio del coabitare, nel cui riparo cielo e terra, divini e mortali, piante e uomini diventano una sola cosa. Come sottolinea l’autore, infatti, un giardino non è un semplice insieme di piante coltivate ma un luogo dove l’unità tra i viventi ritrova le sue radici dimenticate. Insomma, Rohuna è la filigrana arborea dell’essere.

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Marino Niola
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