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Se vince la paura del contatto – la Repubblica

2 Febbraio 2020

Virus tuo, vita mea! È il nuovo motto dell’umanità globale, impanicata dall’influenza cinese. E che reagisce alla paura rinchiudendosi in un egoismo immunitario che, oltre una certa soglia, mostra la condizione paradossale nella quale, che ci piaccia o no, siamo gettati dal sistema mondo. Si moltiplicano le reazioni inconsulte che fotografano una società sull’orlo di una crisi di nervi. La più drammatica viene proprio dalla città cinese di Wuhan, focolaio originario dell’epidemia. Dove un uomo è morto d’infarto per strada e nessuno lo ha aiutato, per paura del coronavirus. Ma anche da noi la psicosi da infezione si viralizza, in maniera infinitamente superiore all’infezione stessa. Tassisti che non accettano clienti asiatici, alunni cinesi sgraditi se non respinti dalle scuole, turisti con gli occhi a mandorla trattati come untori.

Di fatto il timore dilagante dell’influenza rivela, al di là delle proporzioni reali del contagio e delle previsioni dell’Oms, una pandemia di insicurezza che, in un mondo iperconnesso e ipercomunicante come il nostro, getta un’ombra oscura sulla vita. Restringe i confini dell’anima. Ci fa sentire sempre sul ciglio di un’apocalisse, perché in questi momenti avvertiamo tutta la vulnerabilità della nostra civiltà.

Caratterizzata da un contatto sempre più ravvicinato di tutti con tutti, da una incessante migrazione di uomini e cose, da una interconnessione planetaria.

Che contribuisce a sviluppare anticorpi utili, per imparare a vivere con gli altri. Ma anche anticorpi impazziti. Come il rigetto crescente dell’estraneo, la difesa da tutto ciò che viene da fuori, la diffidenza ostile verso quel che temiamo di non riconoscere e di non riuscire a controllare.

Il fatto è che la globalizzazione fa circolare con la stessa rapidità, e dentro gli stessi circuiti, tutti i benefit e tutti i malefit che produce, l’economia come la malattia. Ecco perché in questo momento alle dimensioni dell’epidemia reale si stanno aggiungendo le proiezioni dell’epidemiologia dell’immaginario. Perché se il virus dell’influenza corre veloce, quello della paura corre velocissimo.

E per gli stessi motivi che accelerano il nostro sviluppo.

In realtà il coronavirus sta diventando sintomo e simbolo di quella contaminazione generalizzata che caratterizza il villaggio globale. E rappresenta la grande e in parte insanabile contraddizione di una civiltà come la nostra. Che, per poter funzionare a pieno regime, è costretta a rendere endemici quegli stessi pericoli da cui tenta di rendersi immune. Oscillando costantemente fra i vantaggi del contatto e l’ossessione del contagio. Un pendolo senza vie d’uscita. Perché se il contatto è la ragione del nostro benessere, il contagio è la ragione del nostro malessere. Inseparabili come due gemelli siamesi, contatto e contagio, comunicazione e contaminazione sono le due anime del sistema mondo.

Così il virus cinese diventa un po’ l’effetto e un po’ il simbolo di tutte le altre “influenze negative” cui siamo sottoposti, il riassunto di tutti i nostri timori, il riflesso millenaristico delle nostre paure. E in effetti la parola influenza significa letteralmente questo, il diffondersi inarrestabile di qualcosa di fluido. Proprio come il dilagare di un’infezione. Ma anche il debordare di un’ansia e di una paura sempre più liquide. Che rischiano di chiuderci la mente e il cuore.

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Marino Niola
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