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Epidemia e contaminazione – la Repubblica

24 Febbraio 2020

Nell’era degli influencer l’influenza fa ancora più paura. E una parola come viralizzazione perde la sua immaterialità digitale per riacquistare improvvisamente tutto il suo inquietante peso corporeo, la sua untuosità contagiosa.

Quella che nasce dal contatto di pelle, dal sangue, dalle secrezioni, cioè gli archetipi della contaminazione, e ci porta a rinchiuderci nella cittadella assediata della nostra immunità.

E a temere il contatto con l’altro come la peste.

Perché certe malattie, soprattutto quelle epidemiche, mettono sotto stress il corpo, ma anche la nostra anima.

Attaccano la fisiologia individuale e quella sociale. Sono un sintomo quanto un simbolo. Un riassunto di tutte le altre influenze nagative cui siamo sottoposti nella nostra vita, il riepilogo di tutti i nostri timori. In fondo la parola influenza, dal latino influere, scorrere dentro, significa il diffondersi di qualcosa di fluido. Un blob inarrestabile e senza confini, come il dilagare di una pandemia, che rischia di far sovrappone alle stime della scienza le ombre dei fantasmi individuali e collettivi. La differenza è che le prime hanno un passo regolare, le seconde corrono all’impazzata.

Ed è proprio questo andamento asincrono, questo scarto di accelerazione tra ragione e presentimento a trasformare tutte le grandi epidemie che si sono succedute nella storia in eventi sospesi tra naturale e soprannaturale, tra previsione e premonizione. Dalla peste milanese del Seicento alla Spagnola che imperversò tra il 1918 e il 1920 lasciandosi alle spalle decine di milioni di vittime. Dall’Asiatica che attraversò il mondo nel 1957, facendo due milioni di morti, alla Sars, anche lei prodotta da un coronavirus, che nel 2003 sembrò a molti un’anticipazione della fine del mondo, ma a conti fatti provocò poco più di 700 decessi. Fino al coronavirus di questi giorni che sta turbando i nostri sogni alimentando fantasie apocalittiche. Passando per l’aviaria, che trasformò da un giorno all’altro tutti i volatili, cigni, anatre, polli ruspanti, in potenziali untori, in terroristi dell’aria. Che improvvisamente balzarono al primo posto nella hit parade delle nostre paure.

Anche in quel caso le cifre che per gli scienziati erano solo proiezioni probabilistiche, per l’opinione pubblica divennero certezze millenaristiche. Alimentando una numerologia del terrore in crescita esponenziale. Col risultato di provocare un pellegrinaggio immunitario verso la Svizzera per fare incetta di farmaci antivirali, prima ancora che ne fosse dimostrata l’efficacia. Perché, ora come allora, il virus della paura è quello che si diffonde con maggior velocità. Soprattutto in presenza di fenomeni pandemici che vengono da lontano, in particolare se da aree come l’Oriente, circondate da un’aura di mistero e di diffidenza. Che contribuiscono a far crescere intorno al nocciolo duro del fenomeno, che è e resta quello clinico, un allarmante riverbero psicologico e sociale che trascende la medicina e fa della malattia un’allegoria, il riflesso inquietante di un’insicurezza più generale, di uno stato d’eccezione del sentimento collettivo.

Non a caso le grandi ondate contagiose che affliggono l’umanità mettono a nudo lo stato di salute della società.

Che si difende mettendo in campo le risorse di cui dispone, quelle scientifiche prima di tutto ma anche quelle simboliche. Se, infatti, c’è una cosa che la storia delle epidemie dimostra è che all’inizio la scienza non basta da sola a rassicurare gli animi. Perché, come diceva Stephen King, il panico è altamente contagioso, specialmente in situazioni dove nulla è noto e tutto è in divenire. Ma lentamente gli uomini ce la fanno e sviluppano un doppio antidoto contro il male. Un antivirale per i corpi e uno per le anime.

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Marino Niola
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