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Le asettiche parole non bastano più – il Caffè

20 Aprile 2020

Il linguaggio prima di significare qualcosa, significa per qualcuno, diceva il grande psicanalista francese Jacques Lacan. Mai stato vero come oggi che, di fronte all’attacco del COVID-19, siamo tutti smarriti e in cerca di parole che ci aiutino ad informarci. Ma anche a rassicurarci, consolarci, rinfrancarci, orientarci in questo oscuro labirinto di cui facciamo fatica a vedere l’uscita. Ecco perché in questo momento l’asettica impersonalità della comunicazione istituzionale non basta, anzi rischia di generare equivoci e di far sentire le persone smarrite in una selva di termini oscuri come sentenze d’oracolo. Il fatto è che per sedare le nostre ansie, per dare una risposta alle nostre insicurezze che riguardano il presente e il futuro, abbiamo bisogno di poterci fidare delle parole che ci vengono rivolte. Dobbiamo essere davvero convinti, per dirla con Alessandro Manzoni, che il linguaggio è stato inventato dagli uomini per intendersi tra loro, non per ingannarsi a vicenda. Ecco, abbiamo un profondo bisogno di percepire che quel che ci viene detto, bello o brutto che sia, ha lo scopo di aiutarci a capire. Che si tratti di informazioni scientifiche, di notizie di cronaca, di avvertimenti, di ammonimenti. Per questo è importante che ciò che viene detto trasmetta un messaggio di chiarezza, di trasparenza oltre che di competenza. Ma non solo. Anche di severità, di schiettezza, di durezza. Ecco perché le parole forti, in certi casi ai limiti del galateo, di certi sindaci italiani, quelli di Lucera in Puglia e di Gualdo Tadino in Umbria per esempio, che hanno strapazzato i loro concittadini mentre tentavano di fare i furbi e di aggirare la quarantena domestica, invece che irritare hanno generato fiducia ed affidamento. Proprio perché da quella irritualità, che buttava alle ortiche le ingessature della messaggistica ufficiale, affiorava l’incazzatura paterna. Il sacrosanto giramento di scatole del genitore verso i figli riottosi, che rischiano di farsi male da soli. E, in stati d’emergenza come questi, niente come una figura paterna fa sentire i cittadini protetti. Quel linguaggio che sta fra il rimbrotto e l’insulto, esattamente come il rabuffo genitoriale, è la prova di una sollecitudine, di una vigilanza-sorveglianza che ha qualcosa di rassicurante. E la rende autorevole. Perché quando si è stressati, preoccupati, spaventati si è disposti a cedere un po’ di libertà in cambio di un po’ di sicurezza. Un effetto analogo lo hanno i discorsi tostissimi di Vincenzo De Luca, governatore della Campania che interpreta il suo ruolo di Presidente di Regione con lo spirito di un sindaco sceriffo, che conosce i cittadini uno per uno e gli parla a brutto muso, li minaccia di usare il lanciafiamme per evitare assembramenti pericolosi.

In effetti, che si tratti di politici, di scienziati, di amministratori il linguaggio in frangenti come quelli che stiamo vivendo assume un’importanza capitale. Può essere un farmaco o un veleno. Perché in realtà, le parole non servono solo a comunicare la realtà, ma la creano. Le idee, le emozioni, le paure, le angosce, le speranze, sono create dalle parole. E dalle parole possono essere distrutte, deluse, deformate. E la gente capisce d’istinto chi parla con lingua dritta, come dicevano gli Indiani d’America. O con lingua biforcuta, per ricavarsi spazi politici o mediatici. Ma contro questo abuso di parole la lingua stessa ha inventato l’antidoto. Si chiama vaffa. E vuole il punto esclamativo. [Download PDF]

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Marino Niola
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