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Gli erculei eroi che sfidarono le leggi di Zeus – La Domenica di Repubblica

9 Settembre 2007

L’ importante è vincere, non partecipare. Con buona pace del barone de Coubertin. Ed è sempre stato così. Ai nobili ideali sportivi del creatore delle Olimpiadi moderne in realtà non credevano neanche atleti e pubblico di quelle antiche.

Per i campioni di Olimpia infatti una vittoria valeva più dell’oro. Significava diventare ricchi e famosi. E soprattutto conquistarsi la fama di eroi. Essere adorati come semidei proprio perché capaci di imprese impossibili per i comuni mortali. Corridori, pugili, lottatori e altri recordmen dell’antichità venivano idolatrati dall’uomo della strada e celebrati da grandi poeti come Pindaro e Simonide che immortalavano quei mitici fuoriclasse nei loro epinici. Un genere poetico dedicato proprio ai trionfi sportivi, lo dice il nome stesso che deriva dalla parola nike, che significa vittoria. Proprio come quelle scarpe che ai nostri giorni promettono di dare le ali ai piedi.

È chiaro che per una vita da superstar gli atleti erano disposti a tutto. Sacrifici e sotterfugi per superare se stessi e stracciare i rivali. Come Milone di Crotone, vincitore di ben trentuno ori tra il 540 e il 512 avanti Cristo. Sei alle Olimpiadi, sei ai giochi Pitici, dieci a quelli Istmici e nove alle gare Nemee. La strapotenza atletica di questo superman degli stadi era il risultato di un programma alimentare che avrebbe stroncato anche Schwarzenegger. Ogni giorno una fiorentina da dieci chili annaffiata da dieci litri di vino di Samo. Una bomba proteica per un corpo da ciclope.

Altri ricorrevano invece ad abbuffate pantagrueliche di carni di maiale, o alle prodigiose virtù dei testicoli di toro per assicurarsi una preziosa riserva di testosterone da spendere nel rush finale, quando gli avversari erano ormai scoppiati. Non tutti però si accontentavano di questi integratori caserecci. Molti volevano tutto e subito. Così giocavano sporco, dopandosi con sostanze cui venivano attribuiti poteri miracolosi. Come i semi di sesamo, tassativamente proibiti al punto da costare la squalifica a chi ne veniva trovato in possesso. Ugualmente vietati erano anabolizzanti naturali come il fieno greco, nonché certi cocktail di frutta fermentata e alcool. A fare i controlli antidoping erano nientemeno che i sacerdoti di Zeus che, nella loro veste di garanti supremi della morale pubblica, annusavano l’alito dei concorrenti per assicurarsi che non avessero violato le regole della giustizia sportiva prendendo intrugli per migliorare artificialmente le loro prestazioni.

Se i più sleali cercavano di pompare il proprio corpo altri invece lavoravano per alleggerirlo, per ridurre al minimo peso e attrito. Come Orsippo di Megara, che alle Olimpiadi di duemilasettecento anni fa corse totalmente nudo sbaragliando gli avversari appesantiti da ingombranti perizomi. L’astuto velocista aveva intuito che la pelle è il più aerodinamico dei tessuti. Con un anticipo di tre millenni sulle prodigiose tutine hi-tech che oggi ricoprono gli atleti di una seconda nudità: un film più liscio e sottile di qualsiasi epidermide naturale. Finendo così per ibridare i corpi degli sportivi che appaiono sempre più simili a quelle creature mitologiche — centauri, tritoni, uomini uccello — che con la loro natura doppia, metà uomini metà animali, simboleggiavano l’oltrepassamento dei confini dell’umano.

Come il birdman Patrick De Gayardon che planava nel più alto dei cieli con la sua tuta da Batman, dotata di membrane ispirate a quelle degli scoiattoli volanti del Madagascar. Molto più di una semplice protesi tecnologica, le ali spalancate del surfista celeste erano un’estensione del suo corpo. E insieme il mascheramento della natura umana e dei suoi limiti invalicabili. La tragica fine del temerario francese, il 13 aprile del 1998, ne fa per molti versi un Icaro moderno. E la sua caduta assume il senso di un ammonimento sulle terribili conseguenze di una sfida alla morte che sconfina in un atto di folle arroganza. In quella fatale mancanza di misura che i Greci chiamavano hybris.

Ancor più che nelle gare atletiche, dove pure scendere al di sotto di certi tempi sembra ormai impossibile, è dunque nelle performance estreme che vengono veramente rimessi in discussione i confini del corpo. Questi eroi dell’impossibile — discesisti della morte che sciano su pareti verticali, canoisti che si gettano in cascate violente, bungee jumpers che si lanciano da altezze vertiginose — sono in realtà degli Ercoli moderni. Le loro imprese sovrumane ricordano le agonistiche fatiche del divino forzuto.

Con la differenza che le dodici prove del figlio di Zeus — un autentico dodecatlon — avevano un valore sociale. Insegnavano ai giovani che l’uomo non è un dio. Che il coraggio no limits è solo una narcisistica, funesta ipertrofia dell’io. [Download PDF]

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Marino Niola
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